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Che cos’è un uomo?

Ho sempre visto gli scontri di piazza come un’azione politica fortemente simbolica. Controproducente dal punto di vista dei risultati immediati e totalmente inutile se se ne dà una lettura in termini di mero fatto fisico. Una camionetta bruciata non è nient’altro che materia lavorata e strutturata che torna al suo stato originale, c’è poco da discutere, non è nella trasformazione chimica che si può trovare il significato politico di bruciare un oggetto.
Eppure sento che quella camionetta in fiamme agisce su di me ben al di là di quel disgustoso odore di plastica bruciata. In questi termini potrebbe parlarne anche una bestia e, checché ne dicano i miei amici, io una bestia non sono. Una bestia di fronte a quella camionetta sarebbe scappata spaventata, invece io mi ritrovo qui a fissarla incantato.
Uno zigomo che sanguina, degli occhi che piangono,  una spalla dolorante, delle mani strette a pugno, questa benedetta camionetta bruciata, sono tutte cose che vanno ben al di là della pura corrispondenza con la materia che le compone. La realtà umana è tale proprio perché fondata sulla necessità di trascendere l’esistente come mero fatto fisico e accrescerlo dotandolo di un surplus di significato che va ad agire direttamente sulla categorizzazione dell’empirico, ricollocandolo, a questo punto, come realtà totalmente nuova e distinta dalla propria fisicità.
Ecco da dove viene questa mia fascinazione verso gli scontri di piazza.
Azione sovversiva come ampliamento del possibile e rivendicazione della caducità e arbitrarietà dell’esistente. Azione che agisce sull’immaginario e apre la strada alla creazione di altri mondi, spinta all’innovazione e all’evoluzione, accrescimento degli orizzonti del nostro mondo, creazione di nuova realtà inesplorata, eventi che improvvisamente si distaccano dai binari che fino a ieri sembravano immutabili.
È il sovversivo che rappresenta la vera essenza dell’essere umano, gli altri, quelli che si limitano a riprodurre l’esistente, sono più simile alle bestie e alle macchine.

In questa epicizzazione dell’azione sovversiva, come spesso poi accade, c’è il pericolo di dimenticare l’individuo.
È solo grazie all’azione di un uomo, collocato nel tempo e nello spazio, “in situazione”, come diceva Sartre, che io qui ed ora, posso riscoprirmi come essere umano e riconoscere, nell’operato di un mio simile, la mia essenza.
Ed è proprio per uno di questi individui che ho iniziato a scrivere stasera.
Cosa posso fare io per quell’individuo?
Cosa posso fare per non dimenticarlo? Per non lasciare che venga schiacciato all’interno di ogni processo storico, di ogni evento, ogni ragionamento e ogni discorso?
Cosa posso fare per un uomo quando viene privato della libertà proprio perché è stato più uomo degli altri?
Posso rimodulare la realtà a suo vantaggio, posso raccontare l’importanza delle sue azioni ed esplicitarne il significato simbolico che gli è proprio.
Posso sganciarlo dalla sua realtà fisica, penosamente intrappolata tra le mura di un carcere, e trasportare lui e le sue gesta nel mondo dell’immaginario dove potrà muoversi liberamente, insinuarsi e riprodursi in ogni mente umana.
Posso fare di lui un’idea, immune ad ogni cella, ad ogni chiusura, poiché priva di corpo.
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Sugli scontri del 15 ottobre a Roma

– di Franco Cilli –

Cquote1.png Questo discorso sulla violenza è stucchevole e fuorviante.
È ovvio che l’argomentare contro la violenza è funzionale alla conservazione di un rapporto di forza favorevole a coloro che detengono le leve del potere politico finanziario, giocato non solo in termini di forza bruta, ma anche attraverso l’interiorizzazione di false regole morali. Le contraddizioni presenti in una tesi legalista tout court stridono con la logica elementare e con il buon senso. Persino un bambino potrebbe sbatterle in faccia ai vari governanti ai loro servi. In definitiva secondo una visione farisaica, la non violenza è una norma inviolabile, è materia ipostatica, valore assoluto, fuori del tempo e dello spazio, ed è un marchio indelebile della morale dell’individuo, qualunque sia la sua condizione sociale, e non, chissà perché dell’etica pubblica. Gli stati possono usare la violenza anche per bieco calcolo utilitaristico o per perseguire politiche coloniali mascherate da operazioni di polizia internazionale o da una pedagogia pseudo-democratica, gli individui no, anche se per “giuste cause”. Eppure se le rivoluzioni di popolo, ottenute a prezzo di sangue, avvengono in paesi non occidentali, vengono salutate come un sussulto delle storia che cerca di tenere il passo con l’Occidente, liberandosi dell’atavica barbarie, incarnate da burocrazie rugginose e corrotte. Il massacro impietoso di Gheddafi è descritto come barbarie, ma comprensibile dentro un’ottica di conflitto. Un fenomeno puramente occidentale come quello dei Black bloc invece non è mai decrittabile secondo quell’ottica. Perché? Lasciamo stare se il conflitto sociale sia, rispetto a quel fenomeno, una chiave interpretativa giusta o sbagliata, il punto è che in Italia e forse in Occidente in generale abbiamo dato nel corso degli anni una lettura dei rapporti di forza come ripensamento, non solo sulla scelta dei metodi di lotta, ma bensì anche sulla nostra autonomia nel fornire interpretazioni dei fenomeni sociali e politici che non siano “pregiudicate” unicamente dalla dicotomia violenza sì, violenza no. Oggi, grazie anche alla debolezza culturale dell’opposizione politica e sociale, è proibito persino cercare di comprendere, perché il solo tentativo di dare un nome a quella violenza viene ritenuto un segnale di collaborazionismo.
Parliamoci chiaro, quei cinquecento casseurs incappucciati sono dei dementi, alcuni credono di avere una strategia di lungo respiro, si sbagliano, anche se la loro violenza di molti di loro esprime una rabbia genuina, sostenuta da condizioni assurde di sfruttamento e di totale mancanza di speranza per il futuro. In Italia non ci sarà nessuna Tunisia, né alcun Egitto, semplicemente perché non c’è un popolo in lotta e quand’anche ci fosse, il popolo è un’entità troppo indistinta per poter pensare che assuma automaticamente il volto della moltitudine che lotta per i diritti, per la democrazia e per il bene comune. Il popolo è anche e soprattutto plebe, quando non ha una coscienza di classe. Occorre prima guadagnarsi un’egemonia politico-culturale su questo terreno e far divenire certi concetti parte integrante di una coscienza collettiva. Ma questo è il punto: che succederà quando milioni di uomini e donne richiederanno un cambiamento non negoziabile della politica basata sulla centralità del profitto e sulla devastazione dell’ambiente, anche a prezzo di affrontare a viso aperto la violenza dei governi? Condanneremo la violenza del movimento senza se e senza ma, votandoci alla delazione, oppure assegneremo un limite oltrepassato il quale la non violenza da valore universale diventa una variabile politica? Certo il problema del limite è un problema serio, che può indurci alla paralisi dell’azione, ma di certo non elimina il problema della violenza. Come si può vedere siamo al paradosso, e se è vero non possiamo usare la violenza come strumento politico routinario, non possiamo però nemmeno considerarla un dato invalicabile. A questo punto o accettiamo l’idea della non violenza come elemento assoluto, il che è un assurdo, oppure siamo costretti ad ammetere che la non violenza, come ogni altro concetto etico non ha nessuna valenza universale.
Io credo in definitiva che il limite sia determinato da un cumulo delle coscienze individuali, raggiunto il quale la violenza si genera e basta, è un fenomeno per così dire “emergenziale”. Per questo motivo, sia da un punto di vista logico che politico, battersi il petto e condannare la violenza in maniera univoca e assoluta è un assurdo, poiché finisce per giustificare solo la violenza dei potenti. Cquote2.png

Il problema non siamo noi, il problema siete voi.

Foto di Alessandro Grassi

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