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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Primavera

Su un balcone romano, in un vaso di terra non seminata, sono nata io.
Non conosco né il mio nome né la la mia specie, nessuno se ne è mai preoccupato, sono sempre stata trattata come se non fossi ciò che sono: una pianta neotropicale.
Sono arrivata come l’amore, portata dal vento, dove ho trovato terreno fertile mi sono stabilita e lì sono cresciuta.
Ero solo un germoglio rossastro quando lui mi vide per la prima volta, mi guardò con quella faccia da pesce lesso sorridente che ti viene su solo di fronte ai regali inattesi o alla persona che ami.
Ancora oggi, quando mi guarda, non capisco quale dei due io sia per lui.
Strane creature gli esseri umani se la loro mente può ingannarli a tal punto da fargli dimenticare che io sono solo un germoglio e non il simbolo della loro storia.
Corse subito a chiamarla, quella che solo poi scoprii essere la sua ragazza, come un più modesto Gabriele dei giorni nostri, ansioso di annunciare la notizia della mia nascita.
L’ho sentito più volte dichiararsi un materialista radicale, eppure quel giorno sembrava veramente convinto di aver assistito all’immacolata concezione.

Estate

Da allora abbiamo imparato a conoscerci, tutti e tre, a prenderci cura l’uno dell’altro e a restare uniti. Siamo cresciuti, io più di tutti e dopo qualche mese occupavo già l’intero vaso.
Così ho scoperto che intorno a me era pieno di altre piante e quello scemo con la faccia da pesce lesso ne combinava sempre di tutti i colori, non c’era di che annoiarsi. Tutto era nuovo, tutto era oro.
Ci siamo coltivati e così, in estate, ho regalato loro la mia prima fioritura, e lui mi ha guardato di nuovo con quello sguardo.

Autunno

È passato un anno ed ora capita che io venga abbandonata a me stessa, lui non mi guarda più come mi guardava una volta, credo che certi giorni si dimentichi persino che esisto.
Lei invece mi cura ancora, ma da sola non ce la fa, d’altronde tenere in piedi una relazione è un lavoro per due.
Sempre più spesso noi tutte in balcone veniamo lasciate senz’acqua, chi si ammala non viene curato e chi non è già malato finisce con l’ammalarsi per debolezza.
Sempre più di rado lei esce in balcone con un carico d’acqua e ce lo versa sconsolata, mi guarda come si guardano i malati terminali, ma è fatta così, lei è una che comunque ci prova.
Lui è da un pezzo che non si vede più.

Inverno

Sono i primi caldi estivi e il balcone è un cimitero di cui resto l’ultima testimone.
Loro due hanno smesso di parlarsi e neanche io me la passo un granché, oggi sono tre settimane che non mangio, nessuno mette più piede in balcone, solo, alle volte, quando l’altro non li vede, si affacciano e mi guardano, ma è un modo tutto nuovo.
Mi fanno sentire di troppo, come un ostinata che non vuole cedere, come un peso, un ricordo passato che non li vuole lasciare in pace, mi guardano e li vedo chiedersi: ma quanto ci metti a morire?
Una notte di fine estate come tante altre lo vidi in strada che rientrava con quei suoi occhi stanchi e l’andatura di chi va di fretta, anche se poi non ha niente da fare. Era uno dei rari momenti della giornata in cui riuscivo ancora a vederlo: la mattina, quando usciva, e la notte tarda al suo ritorno. Ormai avevano smesso anche di spiarmi di nascosto, se ero così decisa a non morire avrebbero trovato un’altra soluzione, mi avrebbero cancellato dalla loro vita, non mi avrebbero più guardato.
Ma io continuavo a ostinarmi, come facevo ormai da mesi, a fissarlo intensamente sperando che un giorno avrebbe alzato gli occhi e se fosse successo, dovevo essere lì. Avevo una lezione da insegnargli.

…e ancora primavera

E come in tutte le favole, alla fine, quel che non ti aspetti che succeda finisce col succedere e il caso volle che successe proprio quella sera. Piegò il collo all’indietro e mi guardò fisso, forse per controllare se ero ancora lì, forse era curioso di scoprire se avevo mollato, forse in fondo sperava di trovarmi qua al mio posto, forse aveva passato una giornataccia e doveva solo sgranchirsi il collo, vallo a sapere, ma fatto sta che quando alzò gli occhi, mi trovò lì, fiorita.
Non resse il colpo, ci restò secco sul posto, non avesse dimenticato come fare, sono piuttosto sicura che avrebbe pianto.
E fu ancora primavera, fu ancora pesce lesso sorridente, fu di nuovo amore.
Se lei fosse stata qui, sono sicura che sarebbe corso a chiamarla come aveva fatto la prima volta, ma lei non c’era.
Prese il telefono e scrisse: «Tornando a casa ho guardato su verso il balcone e ho visto che la pianta rossa, nonostante tutto, è riuscita a fiorire. Quella pianta è noi».

Le cose finiscono se le si lascia finire.

Tradescantia-purpurea

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Il confine

Un confine non è solo una barriera. È anche un interfaccia tra i luoghi che separa.
È solo il confine, in quanto linea che divide ciò che era unito, a creare una relazione “tra cose”.
C’è relazione solo dove c’è molteplicità.
E ciò che è molteplice è immediatamente conflittuale, anche se non in forme da subito visibili.
Nel momento in cui il confine viene tracciato è subito soggetto alle pressione contrapposte di ciò che divide.
Nasce con la stessa prospettiva umana, destinato morire.
In termini evoluzionistici è un sistema di difesa sconveniente, inevitabilmente fallimentare.
È un invenzione difettosa, inetta a compiere lo scopo per cui è stata creata.
Quindi, il confine non solo crea la diversità, ma ci costringe alla relazione diretta e obbligata con “l’alter”.
Inizia così, con l’atto di dividere, quel processo inevitabile di sintesi e ricongiunzione all’unum dell’essere.

 

 

Qualche volta i confini non sono chiaramente tracciati.
Qualche volta non sai da quale parte del confine sei. Sei un giocatore o uno spettatore?
Se il tuo piede è sulla linea, sei dentro i confini o fuori?

 

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