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Che cos’è un uomo?

Ho sempre visto gli scontri di piazza come un’azione politica fortemente simbolica. Controproducente dal punto di vista dei risultati immediati e totalmente inutile se se ne dà una lettura in termini di mero fatto fisico. Una camionetta bruciata non è nient’altro che materia lavorata e strutturata che torna al suo stato originale, c’è poco da discutere, non è nella trasformazione chimica che si può trovare il significato politico di bruciare un oggetto.
Eppure sento che quella camionetta in fiamme agisce su di me ben al di là di quel disgustoso odore di plastica bruciata. In questi termini potrebbe parlarne anche una bestia e, checché ne dicano i miei amici, io una bestia non sono. Una bestia di fronte a quella camionetta sarebbe scappata spaventata, invece io mi ritrovo qui a fissarla incantato.
Uno zigomo che sanguina, degli occhi che piangono,  una spalla dolorante, delle mani strette a pugno, questa benedetta camionetta bruciata, sono tutte cose che vanno ben al di là della pura corrispondenza con la materia che le compone. La realtà umana è tale proprio perché fondata sulla necessità di trascendere l’esistente come mero fatto fisico e accrescerlo dotandolo di un surplus di significato che va ad agire direttamente sulla categorizzazione dell’empirico, ricollocandolo, a questo punto, come realtà totalmente nuova e distinta dalla propria fisicità.
Ecco da dove viene questa mia fascinazione verso gli scontri di piazza.
Azione sovversiva come ampliamento del possibile e rivendicazione della caducità e arbitrarietà dell’esistente. Azione che agisce sull’immaginario e apre la strada alla creazione di altri mondi, spinta all’innovazione e all’evoluzione, accrescimento degli orizzonti del nostro mondo, creazione di nuova realtà inesplorata, eventi che improvvisamente si distaccano dai binari che fino a ieri sembravano immutabili.
È il sovversivo che rappresenta la vera essenza dell’essere umano, gli altri, quelli che si limitano a riprodurre l’esistente, sono più simile alle bestie e alle macchine.

In questa epicizzazione dell’azione sovversiva, come spesso poi accade, c’è il pericolo di dimenticare l’individuo.
È solo grazie all’azione di un uomo, collocato nel tempo e nello spazio, “in situazione”, come diceva Sartre, che io qui ed ora, posso riscoprirmi come essere umano e riconoscere, nell’operato di un mio simile, la mia essenza.
Ed è proprio per uno di questi individui che ho iniziato a scrivere stasera.
Cosa posso fare io per quell’individuo?
Cosa posso fare per non dimenticarlo? Per non lasciare che venga schiacciato all’interno di ogni processo storico, di ogni evento, ogni ragionamento e ogni discorso?
Cosa posso fare per un uomo quando viene privato della libertà proprio perché è stato più uomo degli altri?
Posso rimodulare la realtà a suo vantaggio, posso raccontare l’importanza delle sue azioni ed esplicitarne il significato simbolico che gli è proprio.
Posso sganciarlo dalla sua realtà fisica, penosamente intrappolata tra le mura di un carcere, e trasportare lui e le sue gesta nel mondo dell’immaginario dove potrà muoversi liberamente, insinuarsi e riprodursi in ogni mente umana.
Posso fare di lui un’idea, immune ad ogni cella, ad ogni chiusura, poiché priva di corpo.
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La rivoluzione non è un lavoro a progetto

L’entità dello Spirito Assoluto consiste nel trapassare da una condizione d’esistenza naturalistica e passivamente subalterna a quella di una soggettività, che liberandosi da ogni coazione, sia da quella della natura che di ogni istituzione autoritaria umana, approfondisce sempre di più il potere e l’autonomia di se stessa come ragione universale. E che nel riconoscersi sempre più come libera autocoscienza trae solo da se stessa, in quanto soggetto razionale e universale, i criteri e i principi del proprio agire. Senza dimenticare che questo identificarsi dell’universale con l’autocoscienza può darsi solo attraverso lo spirito finito. Nel senso che è solo la persona umana che, superando il contenuto naturale e sensibile della sua vita e riempendola altresì di un contenuto e un interesse sempre meno individualistico, fa dello spirito universale, col farsi essa stessa universale, qualcosa che vive nella concretezza. Così la storia dello Spirito è la storia delle autocoscienze umane – cioè di quegli, tra gli uomini, che hanno conquistato la prospettiva dell’universale – e della loro inesauribile lotta, con tutte le istituzioni umane, culturali, politche e sociale, che costringono e impediscono l’universalizzarsi della liberà: fino a confliggere con la massa degli uomini che, chiusi nella loro esistenza egoistico-naturalistica e consegnati ai valori passivi della tradizione, resistono a ogni opera d’illuminazione. La filosofia, l’autocoscienza libera, deve essere volta cioè a esplicare l’incoerenza che si dà tra un’epoca e le forme, ormai inadeguate, perché più tradizionali – ma proprio per questo più diffuse – del modo in cui i più se la rappresentano e ne hanno coscienza. Di qui il carattere essenzialmente critico della filosofia. La sua natura consiste infatti nel superamento di tutto ciò che ha preceduto il momento presente e attuale dello spirito e nella disposizione a superare a sua volta il presente nel futuro.

Un parricidio mancato, Roberto Finelli

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La sedimentazione dell’autoritarismo

 Vedete, in casa mia avevano l’abitudine di rilegare le annate dei quotidiani.
Quando ero molto piccolo, mi arrampicavo sulla biblioteca di mio padre e tiravo giù questi libroni con i giornali rilegati di tutto un anno.
Mi ricordo che leggendoli mi domandavo: ma come facevano a non vedere?
Perché all’inizio c’era una quantità di gente, che poi sarebbe passata all’antifascismo e addirittura alla resistenza, che invece partecipava, diceva delle cose miti, dicendo: ma adesso tuttavia l’italia è ancora una democrazia e cose di questo genere.
Vedendo questi giornali mi sono fatto un’idea di come nasceva il fascismo, girando di fascicolo in fascicolo, di quotidiano in quotidiano io vedevo nascere il fascismo come se fosse un fumetto. Il secondo numero era più fascista del primo, il terzo era più fascista del secondo, il decimo era immensamente più fascista dell’inizio del volume. Alla fine dell’annata di giornali rilegati c’era il fascismo.

Quello era il periodo in cui la vera persuasione era intimidire, spaventare fisicamente. Adesso la vera persuasione è intimidire o spaventare psicologicamente. In modo che tu capisca che ne va della tua carriera, ne va del tuo futuro, ne va dei posti che potrai avere o non avere, vedi della gente molto premiata, ti vedi molto emarginato e scegli di stare dalla parte conveniente.

Furio Colombo, ex direttore de “L’Unità”

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Non è un tipo che si fa ingabbiare. E’ un fatto di appartenenza

Abbiamo fatto le elementari insieme. Il nostro maestro, che era compagno, rivisto tanti anni dopo mi disse che era contento che almeno io fossi diventato un “marxiano”. Mi ricordo di avergli risposto che anche Luca era “venuto su bene”: era diventato un devastatore-saccheggiatore, in quel momento era agli arresti domiciliari per gli scontri di Genova.

Ci eravamo ritrovati da ragazzini, agli scout (e non c’è niente da ridere). Abbiamo combinato un bel po’ di disastri agli scout; una notte siamo scappati dalle tende per fare i pirla in giro, abbiamo anche comprato del pessimo vino dell’Oltrepo. Sono arrivati dei giovinastri di paese in macchina, sono scesi e ci hanno tirato un pugno in faccia a testa. Senza nessunissimo motivo, solo perché eravamo dei boy-scout quattordicenni ubriachi! Attiravamo guai come calamite.

Uscivamo spesso in due. Lui, figlio di proletari e “col culo per strada”, era un anarchico istintivo, io, secchione atipico e nipote di partigiano, un comunista genetico. Io l’ho portato alle manifestazioni, lui mi ha introdotto nel fantastico mondo dell’illegalità adolescenziale.

Lui era avanti con le ragazze, io decisamente indietro. Quando mi sono messo alla pari, ci siamo persi di vista. Ho smesso di bazzicare la sottocultura hip-hop in cui eravamo entrati insieme, ma in cui lui si era trovato subito a suo agio mentre io ero fuori posto come uno scout ad un rave. I suoi tag li trovi ancora dappertutto a Pavia; io ho visto la prima volta che ha scritto quelle tre lettere su un muro.

Io sono diventato un militante che fa le riunioni e scrive troppo, lui un randagio che va quando si deve, mosso da ragionamenti e obiettivi suoi. E poi, lui odia la polizia, da sempre – “è un fatto di appartenenza”.

A Genova non l’ho visto. Forse oggi non tutti lo sanno o lo ricordano, ma eravamo così tanti che potevi stare giorni nella stessa città e negli stessi cortei senza mai incontrarti. Poi, io sono per resistere o arretrare ordinatamente quando la polizia attacca; lui è per rispondere.

Ha scritto una lunga lettera al giornale locale quando era ai domiciliari. Raccontava che era a piazza Alimonda, che ha visto come è andata, che forse per quello si sono accaniti su di lui: il PM ha chiesto più di un decennio. Ricordo un passaggio della lettera, diceva più o meno così: “Se dopo ore di manganellate e cariche e lacrimogeni, i carabinieri lasciano una jeep indifesa e io le do fuoco, non è una questione politica: è una questione di carattere”. È un fatto di appartenenza.

Sono andato a trovarlo, nell’appartamento della madre, un appartamento da operaia, dove era segregato. Sembrava di essere ad una di quelle feste che facevamo da teenager, chiusi in otto in una stanza di una casa senza adulti, a sciupare i pomeriggi e a bere superalcoolici. Ma avevamo più di vent’anni e sua madre era a casa.

Ora rischia 10 anni. Secondo me non è innocente, in una penisola dove i torturatori sono sottosegretari non so bene come si possa parlare di merito o colpa.

Cosa fa adesso? Lo so ma non ve lo dico. Quel che so e che vi dico è cosa non può, non deve fare per i prossimi dieci anni: stare chiuso in una stanza di prigione. Non è il tipo che si fa ingabbiare. È un fatto di appartenenza.

 

Fonte

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Tutta la verità sulla Val Susa

Non scriverò nemmeno una parola, ne scrivono già fin troppe i giornali. Usate i vostri occhi, non è un grande sforzo infondo tenerli aperti almeno un po’ no?

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La democrazia non può e non deve essere governo della maggioranza

Cquote1.png Vedo chiaramente nell’eguaglianza due tendenze: una che porta lo spirito dell’uomo verso pensamenti nuovi, l’altra che vorrebbe ridurlo a non pensare più. E mi accorgo come, con il prevalere di certe leggi, la democrazia potrebbe soffocare la libertà intellettuale che l’assetto sociale democratico favorisce, in modo tale che, dopo essersi liberato di tutte le pastoie che gli venivano una volte imposte da certe classi o da certi uomini, lo spirito umano finirebbe col vincolarsi strettamente alle volontà generali del numero.
Se, al posto di tutte le diverse forze che impedivano o ritardavano troppo lo slancio della ragione individuale, i popoli democratici mettessero il potere assoluto di una maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero affatto trovato il mezzo di vivere indipendenti; avrebbero solo scoperto, cosa difficile, una nuova forma di servitù. C’è qui, e mai lo si ripeterebbe abbastanza, di che far riflettere profondamente coloro che vedono nella libertà dell’intelligenza una cosa santa e non odiano soltanto il despota, ma il dispotismo. Quanto a me, allorché sento la mano del potere che mi preme sul collo, poco m’importa di sapere chi è che mi opprime; e non sono maggiormente disposto a chinare la testa sotto il giogo, per il solo fatto che mi viene presentato da un milione di braccia. Cquote2.png

Alexis de Tocqueville, “La Democrazia in America”, 1835

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Pasolini – Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che, in realtà, è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori del “golpe”, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della CIA (e, in secondo ordine, dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista a tamponare il ’68 e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il Generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so.
Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera” del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora, il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere e, inoltre, non ha per definizione niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale, dunque, potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi, proprio per il modo in cui è fatto, dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale e inventore di storie potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso e, quindi, partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All’intellettuale profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien meno a questo mandato, viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici”; è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia, questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito Comunista Italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito Comunista Italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito Comunista Italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni, tra il Partito Comunista Italiano, inteso in senso autenticamente unitario in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti, e il resto dell’Italia si è aperto un baratto: per cui, il Partito Comunista Italiano è divenuto, appunto, un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà, le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però, in realtà, una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito Comunista Italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata – credo oggettivamente – cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza, gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E se l’intellettuale viene meno a questo mandato puramente morale e ideologico ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni?
È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono, a differenza di quanto farebbe un intellettuale, verità politica da pratica politica. E, quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto. L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso, in questo particolare momento della storia italiana, di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste sono categorie della politica, non della verità politica: quella che quando può e come può l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. Naturalmente, attraverso la mia particolare ottica, che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi, non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico, non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento, deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente, se il potere americano lo consentirà, magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon, questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).
Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974

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L’importante sarebbe continuare a “essere” politici

Cquote1.png Secondo me, se va avanti così, va a finire che a votare non ci va più nessuno. No, dico, è una cosa grave. Grave per chi? Per la gente, no. Per i partiti, nemmeno, tanto rimane tutto uguale. Lo Stato è lì, bello solido. E allora perché è grave? Ma se in America, che sono sempre più avanti di noi, non va a votare quasi nessuno. Che democrazia, eh! Stiamo diventando americani anche in questo. E pensare che nel dopoguerra si picchiavano per andare a votare. Si picchiavano nelle strade, gran passione, nelle piazze, scontri, comizi, bianchi, neri, repubblicani, monarchici, destra, sinistra, tutti alle urne, anche le donne finalmente. Il suffragio universale. Adesso, quella domenica lì, quelli di sinistra vanno a Riccione, quelli di destra vanno in Sardegna… il naufragio universale. Ma perché fate le elezioni d’estate, che vince sempre il mare!? Il fatto è che la gente non pensa, o forse non sa, che appena gli arriva il certificato elettorale… DLIN!… scatta il suo contributo di lire quattromila che verrà diviso proporzionalmente tra i Partiti. Ma se uno non va a votare, le quattromila lire le paga lo stesso? Certo. Ma come sarebbe a dire? Uno entra in un supermercato, non compra la mostarda perché gli fa schifo, mica gliela fanno pagare. E se gli fanno schifo i partiti? DLIN! Quattromila. Certo che se le quattromila lire invece di farcele pagare ce le dessero, avrebbero risolto il problema dell’affluenza alle urne. D’altronde il voto è un diritto-dovere. Anche questa è bella. Che sia un diritto lo abbiamo capito tutti. Che sia un dovere, ultimamente non l’ha capito nessuno. Che mestiere strano quello del politico. È l’unico mestiere in cui uno dice: «Io sono il più bravo». E se lo dice da sé. E te lo scrive, e te lo grida, nelle piazze, nei comizi. «Io sono l’uomo giusto al posto giusto». Complimenti. Quello che mi piace dei politici è la faccia come il culo. Eccoli qua. Verifichiamo gli schieramenti. Ci mettiamo davanti a un tavolo con tutti gli omini e… D’Alema di qua, Berlusconi di qua, belli lontani… per ora. Veltroni vicino a D’Alema, Fini vicino a Berlusconi. Quando si dice “vicino”, si fa per dire. Bertinotti a sinistra, più a sinistra, ancora più a sinistra…. Oddio mi è sceso dal tavolo. E adesso come faccio? Prodi… lo mando in Europa. Casini vicino a Berlusconi, più indietro, indietro un casino. Di Pietro da questa parte, anche se andrebbe dall’altra, ma non importa. Maledizione! Cossutta mi sta risalendo sul tavolo. Dini, Dini lo bacio… che diventa un gran figo. Segni… Segni lo butto via. Bossi lo metto su un tavolo a parte, che gioca da solo. La Bonino… la Bonino per ora la tengo qui, in sospeso, poi casomai si fa un referendum. Buttiglione… lo metto di qua e lui salta di là, poi salta di qua, e poi salta di là. Sta’ fermo, Rocco! Che mi rovini il giochino! Macché, saltano tutti, Buttiglione, la Pivetti, Scognamiglio, Masi, anche Mastella è sempre lì che si prepara. Ma sì, ma sì, ma sì, saltate pure. Tanto si sa benissimo che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo non cambia. E allora come si fa a tacciare di sterile menefreghismo uno che non vota? Potrebbe essere un rifiuto forte e cosciente di “questa” politica. No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa. Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere. Cquote2.png

Giorgio Gaber , “Il voto”, 1999

 

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Reinterpretando Marx

Così come il buon genitore deve rendersi inutile per i propri figli, lo stato deve rendersi inutile per i suoi cittadini.
Lo stato che si prodiga in senso opposto, per rendersi necessario, agisce non solo per se stesso, ma contro gli interessi di tutti i suoi figli.
Il buono stato punta all’annientamento di se stesso.

 

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Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta

Camminò fino alla strada più affollata della città.
Nel mezzo di quell’enorme e inconsistente dinamismo di corpi si fermò.
Capì.
Decise.
O forse decise di capire?
Non che per uno come lui ci fosse differenza. Sono questioni per mediocri.
Portò una sigaretta alle labbra.
Sono solo i fatti che contano.

Il suo corpo continuò con quelli che per lui ormai erano normali processi vitali, processi di sopravvivenza. Che assurde contraddizioni.
Piante dei piedi ben salde al suolo, quei movimenti lenti delle braccia e l’ostinazione di portare quella sigaretta spenta tra le labbra.
Era un treno lanciato a massima velocità, ma non lo si poteva capire.
Dita che liberano la tanica dal suo tappo.
Liberare. Forse era proprio questo il punto.
Occhi che, all’arrivo del liquido, si chiudono dolcemente, come per permettergli di meglio conoscere il suo corpo.
Incontenibile desiderio di fumare.
Bagliore.

Tanto dedito alla verità da dover ammettere l’impossibilità del cambiamento.
Ma troppo pieno di sé per accettare l’impotenza.
Un treno in fiamme lanciato a massima velocità.
Capì.
Sorrise.
Incendiò se stesso e solo così poté dar fuoco al mondo, perché dar fuoco al mondo a colpi di benzina non si può.
O forse sorrise per il puro egoismo della propria salvezza?
Questioni per mediocri.
Sono solo i fatti che contano.

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Progresso

Cquote1.png L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli. Cquote2.png
George Bernard Shaw

 

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Io li capisco

Cquote1.png Hai presente il fascio di luce che d’improvviso avvolge l’ospite d’onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca sul palcoscenico? Mi sono accorto che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare. Lì c’è posto per pochissimi. Per gli altri c’è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l’ha fatta e crepare d’invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire gli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, e il buio non c’è più. E non c’è più questo schifo di vita. Cquote2.png

 

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Pillola rossa o pillola blu?

Chiedi di manifestare.
Chiedi di prendere la parola.
Chiedi una pensione.
Chiedi un futuro.
Chiedi una casa sopra la testa.
Chiedi di poter crescere i tuoi figli in un mondo migliore.
Chiedi un lavoro decente, con una paga decente.
Chiedi del tempo libero.
Chiedi diritti.
Chiedi una cultura libera.
Chiedi di poter riconoscere te stesso.
Chiedi il permesso di ribellarti.
Chiedi di essere libero.

Ma non scordartelo, chiedere è la formula dell’agire dello schiavo.
Chi è libero non ha bisogno di chiedere.
Chi è libero ha, e se non ha, prende.

NON CHIEDIAMO IL FUTURO, CI PRENDIAMO IL PRESENTE

Cquote1.png Ma se non fosse per sentirmi vivo adesso,
   io nemmeno per tutto l'oro del mondo, starei gridando.
   Tu da che parte stai?
   Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
   O di chi li ha costruiti? Rubando? Cquote2.png
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Sugli scontri del 15 ottobre a Roma

– di Franco Cilli –

Cquote1.png Questo discorso sulla violenza è stucchevole e fuorviante.
È ovvio che l’argomentare contro la violenza è funzionale alla conservazione di un rapporto di forza favorevole a coloro che detengono le leve del potere politico finanziario, giocato non solo in termini di forza bruta, ma anche attraverso l’interiorizzazione di false regole morali. Le contraddizioni presenti in una tesi legalista tout court stridono con la logica elementare e con il buon senso. Persino un bambino potrebbe sbatterle in faccia ai vari governanti ai loro servi. In definitiva secondo una visione farisaica, la non violenza è una norma inviolabile, è materia ipostatica, valore assoluto, fuori del tempo e dello spazio, ed è un marchio indelebile della morale dell’individuo, qualunque sia la sua condizione sociale, e non, chissà perché dell’etica pubblica. Gli stati possono usare la violenza anche per bieco calcolo utilitaristico o per perseguire politiche coloniali mascherate da operazioni di polizia internazionale o da una pedagogia pseudo-democratica, gli individui no, anche se per “giuste cause”. Eppure se le rivoluzioni di popolo, ottenute a prezzo di sangue, avvengono in paesi non occidentali, vengono salutate come un sussulto delle storia che cerca di tenere il passo con l’Occidente, liberandosi dell’atavica barbarie, incarnate da burocrazie rugginose e corrotte. Il massacro impietoso di Gheddafi è descritto come barbarie, ma comprensibile dentro un’ottica di conflitto. Un fenomeno puramente occidentale come quello dei Black bloc invece non è mai decrittabile secondo quell’ottica. Perché? Lasciamo stare se il conflitto sociale sia, rispetto a quel fenomeno, una chiave interpretativa giusta o sbagliata, il punto è che in Italia e forse in Occidente in generale abbiamo dato nel corso degli anni una lettura dei rapporti di forza come ripensamento, non solo sulla scelta dei metodi di lotta, ma bensì anche sulla nostra autonomia nel fornire interpretazioni dei fenomeni sociali e politici che non siano “pregiudicate” unicamente dalla dicotomia violenza sì, violenza no. Oggi, grazie anche alla debolezza culturale dell’opposizione politica e sociale, è proibito persino cercare di comprendere, perché il solo tentativo di dare un nome a quella violenza viene ritenuto un segnale di collaborazionismo.
Parliamoci chiaro, quei cinquecento casseurs incappucciati sono dei dementi, alcuni credono di avere una strategia di lungo respiro, si sbagliano, anche se la loro violenza di molti di loro esprime una rabbia genuina, sostenuta da condizioni assurde di sfruttamento e di totale mancanza di speranza per il futuro. In Italia non ci sarà nessuna Tunisia, né alcun Egitto, semplicemente perché non c’è un popolo in lotta e quand’anche ci fosse, il popolo è un’entità troppo indistinta per poter pensare che assuma automaticamente il volto della moltitudine che lotta per i diritti, per la democrazia e per il bene comune. Il popolo è anche e soprattutto plebe, quando non ha una coscienza di classe. Occorre prima guadagnarsi un’egemonia politico-culturale su questo terreno e far divenire certi concetti parte integrante di una coscienza collettiva. Ma questo è il punto: che succederà quando milioni di uomini e donne richiederanno un cambiamento non negoziabile della politica basata sulla centralità del profitto e sulla devastazione dell’ambiente, anche a prezzo di affrontare a viso aperto la violenza dei governi? Condanneremo la violenza del movimento senza se e senza ma, votandoci alla delazione, oppure assegneremo un limite oltrepassato il quale la non violenza da valore universale diventa una variabile politica? Certo il problema del limite è un problema serio, che può indurci alla paralisi dell’azione, ma di certo non elimina il problema della violenza. Come si può vedere siamo al paradosso, e se è vero non possiamo usare la violenza come strumento politico routinario, non possiamo però nemmeno considerarla un dato invalicabile. A questo punto o accettiamo l’idea della non violenza come elemento assoluto, il che è un assurdo, oppure siamo costretti ad ammetere che la non violenza, come ogni altro concetto etico non ha nessuna valenza universale.
Io credo in definitiva che il limite sia determinato da un cumulo delle coscienze individuali, raggiunto il quale la violenza si genera e basta, è un fenomeno per così dire “emergenziale”. Per questo motivo, sia da un punto di vista logico che politico, battersi il petto e condannare la violenza in maniera univoca e assoluta è un assurdo, poiché finisce per giustificare solo la violenza dei potenti. Cquote2.png

Il problema non siamo noi, il problema siete voi.

Foto di Alessandro Grassi

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Antisociale

Ho disprezzo profondo per le persone che credono di avere un opinione.
Ancor di più per quelle che sentono la necessità di esprimerla.

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