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Liberi, ma liberi da chi?

La distruzione delle parti più profonde dell’identità è una vera e propria azione di tortura, tortura perpetrata, colpo dopo colpo, fino alle sue ultime conseguenze.
Tutto sta nello spingere inesorabilmente l’individuo sull’orlo della scelta fondamentale, ma questo è tutto, si può solo mostrare la soglia, sta al soggetto decidere se varcarla.
L’ultimo passo, quello decisivo, è una di quelle decisioni o tutto o nulla, dalla quale non si torna indietro.
Il totale annichilimento dell’identità coincide con la rinuncia ad ogni possibilità di arbitrio.

Il costo in termini cognitivi è elevatissimo, comporta una totale necessità di ricategorizzazione di ogni esperienza personale.
In termini evolutivi è un’azione completamente contro istintiva, organismo che distrugge se stesso per rinascere sotto nuova forma.
Senza la libera scelta della morte non c’è alcuna libertà possibile.
L’annientamento dell’identità passa per il compimento di un omicidio, come un rito di altri tempi, l’uomo sacrifica l’uomo per il raggiungimento di un fine più alto.
L’incredibile sorpresa è che si sopravvive alla distruzione dell’io, dopo l’io, dopo l’identità, c’è ancora esistenza.
Il corpo, come nei più radicali dei materialismi, riafferma con forza di essere ancora una forma di vita.
Materia pensante comprensiva di ogni determinazione e del suo contrario.

Entità organizzata che percepisce e agisce secondo altre leggi, sotto nuove forme, irrimediabilmente incommensurabile alla vita umana come prima la conoscevamo.

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Esatto. Intendo svilupparmi all’infinito e raggiungere dimensioni incommensurabili

L’imposizione di una struttura ne determina inevitabilmente il contenuto.
Disperata ricerca di una cassa di risonanza.
Non si può pensare decentemente senza farsi del male.
Variazione di tono che cattura l’attenzione.
Sovrastimolazione del lobo temporale, parietale e frontale.
Diffusione per conduzione.
Sensazione di estasi.
Dissociazione progressiva.
Piovono sassi, e allora?
Blocchi di suono in movimento scagliati come bombe molotov.
Ludwig Wittgenstein era professore ordinario all’università di Cambridge, morì senza lasciare eredi e forse è per questo che ebbe una vita meravigliosa.
2014: Solo un computer può smascherare uno scrittore.
Onde d’urto che abbattono pareti alzate a colpi di identità e paura.
Cambiando l’ordine degli elementi il risultato cambia radicalmente.
Materia che si ribella alle funzioni trascendentali a priori.
Emisfero destro che determina i limiti del mio mondo.
La fantasia è un posto dove ci piove dentro.
Riorganizzazione sinaptica al limite del mutazionismo.
Ossessione psicotica volta a complicare laddove il pensiero dominante ricerca appiattimento.
Tentativo costante di mettere in moto ciò che è nato pigro.
Finché c’è pericolo, c’è vita.

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Che cos’è un uomo?

Ho sempre visto gli scontri di piazza come un’azione politica fortemente simbolica. Controproducente dal punto di vista dei risultati immediati e totalmente inutile se se ne dà una lettura in termini di mero fatto fisico. Una camionetta bruciata non è nient’altro che materia lavorata e strutturata che torna al suo stato originale, c’è poco da discutere, non è nella trasformazione chimica che si può trovare il significato politico di bruciare un oggetto.
Eppure sento che quella camionetta in fiamme agisce su di me ben al di là di quel disgustoso odore di plastica bruciata. In questi termini potrebbe parlarne anche una bestia e, checché ne dicano i miei amici, io una bestia non sono. Una bestia di fronte a quella camionetta sarebbe scappata spaventata, invece io mi ritrovo qui a fissarla incantato.
Uno zigomo che sanguina, degli occhi che piangono,  una spalla dolorante, delle mani strette a pugno, questa benedetta camionetta bruciata, sono tutte cose che vanno ben al di là della pura corrispondenza con la materia che le compone. La realtà umana è tale proprio perché fondata sulla necessità di trascendere l’esistente come mero fatto fisico e accrescerlo dotandolo di un surplus di significato che va ad agire direttamente sulla categorizzazione dell’empirico, ricollocandolo, a questo punto, come realtà totalmente nuova e distinta dalla propria fisicità.
Ecco da dove viene questa mia fascinazione verso gli scontri di piazza.
Azione sovversiva come ampliamento del possibile e rivendicazione della caducità e arbitrarietà dell’esistente. Azione che agisce sull’immaginario e apre la strada alla creazione di altri mondi, spinta all’innovazione e all’evoluzione, accrescimento degli orizzonti del nostro mondo, creazione di nuova realtà inesplorata, eventi che improvvisamente si distaccano dai binari che fino a ieri sembravano immutabili.
È il sovversivo che rappresenta la vera essenza dell’essere umano, gli altri, quelli che si limitano a riprodurre l’esistente, sono più simile alle bestie e alle macchine.

In questa epicizzazione dell’azione sovversiva, come spesso poi accade, c’è il pericolo di dimenticare l’individuo.
È solo grazie all’azione di un uomo, collocato nel tempo e nello spazio, “in situazione”, come diceva Sartre, che io qui ed ora, posso riscoprirmi come essere umano e riconoscere, nell’operato di un mio simile, la mia essenza.
Ed è proprio per uno di questi individui che ho iniziato a scrivere stasera.
Cosa posso fare io per quell’individuo?
Cosa posso fare per non dimenticarlo? Per non lasciare che venga schiacciato all’interno di ogni processo storico, di ogni evento, ogni ragionamento e ogni discorso?
Cosa posso fare per un uomo quando viene privato della libertà proprio perché è stato più uomo degli altri?
Posso rimodulare la realtà a suo vantaggio, posso raccontare l’importanza delle sue azioni ed esplicitarne il significato simbolico che gli è proprio.
Posso sganciarlo dalla sua realtà fisica, penosamente intrappolata tra le mura di un carcere, e trasportare lui e le sue gesta nel mondo dell’immaginario dove potrà muoversi liberamente, insinuarsi e riprodursi in ogni mente umana.
Posso fare di lui un’idea, immune ad ogni cella, ad ogni chiusura, poiché priva di corpo.
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Solo un uomo

Ciò che non si comprende genera terrore.
Un mostro è un essere vivente che si discosta dalle caratteristiche ordinarie della specie.
Dignità di soggetto umano negata come ad animale braccato da sguardi.
Identità ridotta a problema di ordine pubblico.
Io che si afferma fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito.
Esistenza senza alcuna finalità.
Vita immolata secondo il caso.
Forma di vita oltre la morale, baluardo del qui ed ora.

Desiderio di essere riconosciuti.
Guardami, accettami, comprendimi, amami.
Tutto non riducibile alla somma delle sue parti.
Irriducibile e irripetibile unicità.
Contenitore di moltitudini e contraddizioni.
Unità capace di molte forme e infinite declinazioni.
Io sono un essere umano.
Pungimi e vedrai sangue.

Mi si dice: questa specie d’amore non darà frutti. Ma come poter valutare ciò che fruttifica? Perché ciò che fruttifica è un Bene? Perché durare è meglio che bruciare?

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Rivendicazioni

Rivendico, prima di tutti, il mio diritto alla pigrizia.
Poi, il mio diritto di essere antipatico, scontroso, aggressivo e poco paziente.
Rivendico il mio diritto a non dover sorridere ogni qual volta il costume o la società me lo richiedono; mentre sto scrivendo sogno di sventrarvi a mani nude, coglioni.
Rivendico il mio diritto di non avere sempre la battuta pronta e di essere poco interessante, che divertimento c’è a sbalordire una scimmia accendendo un accendino?
Rivendico il mio diritto di tacere.
Il mio diritto di non rispondere alle domande anche sapendo la risposta.
Il mio diritto di non avere idee.
Rivendico il mio diritto a non voler avere delle idee.
Il sacrosanto diritto di essere cattivo, ma cattivo cattivo, come quelli dei film.
Rivendico la pienezza ontologica di pazzi, psicopatici, assassini e reietti di ogni sorta, soli ad essere in piena identità con l’essere umano.
Rivendico il mio diritto di essere una persona qualunque, normale, senza che nessuno venga a pretendere di insegnarmi come potrei essere diversamente.
Rivendico il mio diritto ad essere stupido, come e quando voglio.
Rivendico il diritto all’ignoranza e alla negazione delle verità fondamentali.
Rivendico il mio diritto a non dover per forza (di)mostrare chi sono.
Rivendico il diritto alla contraddizione, amo oggi ciò che odierò domani.
Non ci crederete, ma rivendico anche il diritto di essere infinitamente buono, ma questo non giustifica nessuno a pensare che lo sarò ogni volta; ed è per questo che rivendico soprattutto il mio diritto a ribaltare le previsione e disattendere le aspettative.
Rivendico la dignità del solipsismo e della misantropia.
Per non dimenticare la sete di sangue e la brama di potere, conatus ripudiati e bistrattati.
Il diritto di ridere delle disgrazie, personali e altrui.
Rivendico il diritto di pubblicare qualcosa senza aver strutturato un finale o fatto le dovute correzioni, lasciando che l’ultima cosa che leggerete sia un finale metariflessivo che non fa altro che avvolgersi su stesso con l’unico scopo di mettere la parola fine a un “inizio di qualcosa” che mi ha già stufato prima ancora di arrivare a conclusione.
Rivendico il diritto di chiudere scrivendo come ultima parola la parola parola. Che tra l’altro mi sembra anche una parola ridicola, parola.

 

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La rivoluzione non è un lavoro a progetto

L’entità dello Spirito Assoluto consiste nel trapassare da una condizione d’esistenza naturalistica e passivamente subalterna a quella di una soggettività, che liberandosi da ogni coazione, sia da quella della natura che di ogni istituzione autoritaria umana, approfondisce sempre di più il potere e l’autonomia di se stessa come ragione universale. E che nel riconoscersi sempre più come libera autocoscienza trae solo da se stessa, in quanto soggetto razionale e universale, i criteri e i principi del proprio agire. Senza dimenticare che questo identificarsi dell’universale con l’autocoscienza può darsi solo attraverso lo spirito finito. Nel senso che è solo la persona umana che, superando il contenuto naturale e sensibile della sua vita e riempendola altresì di un contenuto e un interesse sempre meno individualistico, fa dello spirito universale, col farsi essa stessa universale, qualcosa che vive nella concretezza. Così la storia dello Spirito è la storia delle autocoscienze umane – cioè di quegli, tra gli uomini, che hanno conquistato la prospettiva dell’universale – e della loro inesauribile lotta, con tutte le istituzioni umane, culturali, politche e sociale, che costringono e impediscono l’universalizzarsi della liberà: fino a confliggere con la massa degli uomini che, chiusi nella loro esistenza egoistico-naturalistica e consegnati ai valori passivi della tradizione, resistono a ogni opera d’illuminazione. La filosofia, l’autocoscienza libera, deve essere volta cioè a esplicare l’incoerenza che si dà tra un’epoca e le forme, ormai inadeguate, perché più tradizionali – ma proprio per questo più diffuse – del modo in cui i più se la rappresentano e ne hanno coscienza. Di qui il carattere essenzialmente critico della filosofia. La sua natura consiste infatti nel superamento di tutto ciò che ha preceduto il momento presente e attuale dello spirito e nella disposizione a superare a sua volta il presente nel futuro.

Un parricidio mancato, Roberto Finelli

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La sedimentazione dell’autoritarismo

 Vedete, in casa mia avevano l’abitudine di rilegare le annate dei quotidiani.
Quando ero molto piccolo, mi arrampicavo sulla biblioteca di mio padre e tiravo giù questi libroni con i giornali rilegati di tutto un anno.
Mi ricordo che leggendoli mi domandavo: ma come facevano a non vedere?
Perché all’inizio c’era una quantità di gente, che poi sarebbe passata all’antifascismo e addirittura alla resistenza, che invece partecipava, diceva delle cose miti, dicendo: ma adesso tuttavia l’italia è ancora una democrazia e cose di questo genere.
Vedendo questi giornali mi sono fatto un’idea di come nasceva il fascismo, girando di fascicolo in fascicolo, di quotidiano in quotidiano io vedevo nascere il fascismo come se fosse un fumetto. Il secondo numero era più fascista del primo, il terzo era più fascista del secondo, il decimo era immensamente più fascista dell’inizio del volume. Alla fine dell’annata di giornali rilegati c’era il fascismo.

Quello era il periodo in cui la vera persuasione era intimidire, spaventare fisicamente. Adesso la vera persuasione è intimidire o spaventare psicologicamente. In modo che tu capisca che ne va della tua carriera, ne va del tuo futuro, ne va dei posti che potrai avere o non avere, vedi della gente molto premiata, ti vedi molto emarginato e scegli di stare dalla parte conveniente.

Furio Colombo, ex direttore de “L’Unità”

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Non è un tipo che si fa ingabbiare. E’ un fatto di appartenenza

Abbiamo fatto le elementari insieme. Il nostro maestro, che era compagno, rivisto tanti anni dopo mi disse che era contento che almeno io fossi diventato un “marxiano”. Mi ricordo di avergli risposto che anche Luca era “venuto su bene”: era diventato un devastatore-saccheggiatore, in quel momento era agli arresti domiciliari per gli scontri di Genova.

Ci eravamo ritrovati da ragazzini, agli scout (e non c’è niente da ridere). Abbiamo combinato un bel po’ di disastri agli scout; una notte siamo scappati dalle tende per fare i pirla in giro, abbiamo anche comprato del pessimo vino dell’Oltrepo. Sono arrivati dei giovinastri di paese in macchina, sono scesi e ci hanno tirato un pugno in faccia a testa. Senza nessunissimo motivo, solo perché eravamo dei boy-scout quattordicenni ubriachi! Attiravamo guai come calamite.

Uscivamo spesso in due. Lui, figlio di proletari e “col culo per strada”, era un anarchico istintivo, io, secchione atipico e nipote di partigiano, un comunista genetico. Io l’ho portato alle manifestazioni, lui mi ha introdotto nel fantastico mondo dell’illegalità adolescenziale.

Lui era avanti con le ragazze, io decisamente indietro. Quando mi sono messo alla pari, ci siamo persi di vista. Ho smesso di bazzicare la sottocultura hip-hop in cui eravamo entrati insieme, ma in cui lui si era trovato subito a suo agio mentre io ero fuori posto come uno scout ad un rave. I suoi tag li trovi ancora dappertutto a Pavia; io ho visto la prima volta che ha scritto quelle tre lettere su un muro.

Io sono diventato un militante che fa le riunioni e scrive troppo, lui un randagio che va quando si deve, mosso da ragionamenti e obiettivi suoi. E poi, lui odia la polizia, da sempre – “è un fatto di appartenenza”.

A Genova non l’ho visto. Forse oggi non tutti lo sanno o lo ricordano, ma eravamo così tanti che potevi stare giorni nella stessa città e negli stessi cortei senza mai incontrarti. Poi, io sono per resistere o arretrare ordinatamente quando la polizia attacca; lui è per rispondere.

Ha scritto una lunga lettera al giornale locale quando era ai domiciliari. Raccontava che era a piazza Alimonda, che ha visto come è andata, che forse per quello si sono accaniti su di lui: il PM ha chiesto più di un decennio. Ricordo un passaggio della lettera, diceva più o meno così: “Se dopo ore di manganellate e cariche e lacrimogeni, i carabinieri lasciano una jeep indifesa e io le do fuoco, non è una questione politica: è una questione di carattere”. È un fatto di appartenenza.

Sono andato a trovarlo, nell’appartamento della madre, un appartamento da operaia, dove era segregato. Sembrava di essere ad una di quelle feste che facevamo da teenager, chiusi in otto in una stanza di una casa senza adulti, a sciupare i pomeriggi e a bere superalcoolici. Ma avevamo più di vent’anni e sua madre era a casa.

Ora rischia 10 anni. Secondo me non è innocente, in una penisola dove i torturatori sono sottosegretari non so bene come si possa parlare di merito o colpa.

Cosa fa adesso? Lo so ma non ve lo dico. Quel che so e che vi dico è cosa non può, non deve fare per i prossimi dieci anni: stare chiuso in una stanza di prigione. Non è il tipo che si fa ingabbiare. È un fatto di appartenenza.

 

Fonte

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La democrazia non può e non deve essere governo della maggioranza

Cquote1.png Vedo chiaramente nell’eguaglianza due tendenze: una che porta lo spirito dell’uomo verso pensamenti nuovi, l’altra che vorrebbe ridurlo a non pensare più. E mi accorgo come, con il prevalere di certe leggi, la democrazia potrebbe soffocare la libertà intellettuale che l’assetto sociale democratico favorisce, in modo tale che, dopo essersi liberato di tutte le pastoie che gli venivano una volte imposte da certe classi o da certi uomini, lo spirito umano finirebbe col vincolarsi strettamente alle volontà generali del numero.
Se, al posto di tutte le diverse forze che impedivano o ritardavano troppo lo slancio della ragione individuale, i popoli democratici mettessero il potere assoluto di una maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere. Gli uomini non avrebbero affatto trovato il mezzo di vivere indipendenti; avrebbero solo scoperto, cosa difficile, una nuova forma di servitù. C’è qui, e mai lo si ripeterebbe abbastanza, di che far riflettere profondamente coloro che vedono nella libertà dell’intelligenza una cosa santa e non odiano soltanto il despota, ma il dispotismo. Quanto a me, allorché sento la mano del potere che mi preme sul collo, poco m’importa di sapere chi è che mi opprime; e non sono maggiormente disposto a chinare la testa sotto il giogo, per il solo fatto che mi viene presentato da un milione di braccia. Cquote2.png

Alexis de Tocqueville, “La Democrazia in America”, 1835

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Reinterpretando Marx

Così come il buon genitore deve rendersi inutile per i propri figli, lo stato deve rendersi inutile per i suoi cittadini.
Lo stato che si prodiga in senso opposto, per rendersi necessario, agisce non solo per se stesso, ma contro gli interessi di tutti i suoi figli.
Il buono stato punta all’annientamento di se stesso.

 

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Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta

Camminò fino alla strada più affollata della città.
Nel mezzo di quell’enorme e inconsistente dinamismo di corpi si fermò.
Capì.
Decise.
O forse decise di capire?
Non che per uno come lui ci fosse differenza. Sono questioni per mediocri.
Portò una sigaretta alle labbra.
Sono solo i fatti che contano.

Il suo corpo continuò con quelli che per lui ormai erano normali processi vitali, processi di sopravvivenza. Che assurde contraddizioni.
Piante dei piedi ben salde al suolo, quei movimenti lenti delle braccia e l’ostinazione di portare quella sigaretta spenta tra le labbra.
Era un treno lanciato a massima velocità, ma non lo si poteva capire.
Dita che liberano la tanica dal suo tappo.
Liberare. Forse era proprio questo il punto.
Occhi che, all’arrivo del liquido, si chiudono dolcemente, come per permettergli di meglio conoscere il suo corpo.
Incontenibile desiderio di fumare.
Bagliore.

Tanto dedito alla verità da dover ammettere l’impossibilità del cambiamento.
Ma troppo pieno di sé per accettare l’impotenza.
Un treno in fiamme lanciato a massima velocità.
Capì.
Sorrise.
Incendiò se stesso e solo così poté dar fuoco al mondo, perché dar fuoco al mondo a colpi di benzina non si può.
O forse sorrise per il puro egoismo della propria salvezza?
Questioni per mediocri.
Sono solo i fatti che contano.

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Progresso

Cquote1.png L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli. Cquote2.png
George Bernard Shaw

 

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Pillola rossa o pillola blu?

Chiedi di manifestare.
Chiedi di prendere la parola.
Chiedi una pensione.
Chiedi un futuro.
Chiedi una casa sopra la testa.
Chiedi di poter crescere i tuoi figli in un mondo migliore.
Chiedi un lavoro decente, con una paga decente.
Chiedi del tempo libero.
Chiedi diritti.
Chiedi una cultura libera.
Chiedi di poter riconoscere te stesso.
Chiedi il permesso di ribellarti.
Chiedi di essere libero.

Ma non scordartelo, chiedere è la formula dell’agire dello schiavo.
Chi è libero non ha bisogno di chiedere.
Chi è libero ha, e se non ha, prende.

NON CHIEDIAMO IL FUTURO, CI PRENDIAMO IL PRESENTE

Cquote1.png Ma se non fosse per sentirmi vivo adesso,
   io nemmeno per tutto l'oro del mondo, starei gridando.
   Tu da che parte stai?
   Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
   O di chi li ha costruiti? Rubando? Cquote2.png
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Sugli scontri del 15 ottobre a Roma

– di Franco Cilli –

Cquote1.png Questo discorso sulla violenza è stucchevole e fuorviante.
È ovvio che l’argomentare contro la violenza è funzionale alla conservazione di un rapporto di forza favorevole a coloro che detengono le leve del potere politico finanziario, giocato non solo in termini di forza bruta, ma anche attraverso l’interiorizzazione di false regole morali. Le contraddizioni presenti in una tesi legalista tout court stridono con la logica elementare e con il buon senso. Persino un bambino potrebbe sbatterle in faccia ai vari governanti ai loro servi. In definitiva secondo una visione farisaica, la non violenza è una norma inviolabile, è materia ipostatica, valore assoluto, fuori del tempo e dello spazio, ed è un marchio indelebile della morale dell’individuo, qualunque sia la sua condizione sociale, e non, chissà perché dell’etica pubblica. Gli stati possono usare la violenza anche per bieco calcolo utilitaristico o per perseguire politiche coloniali mascherate da operazioni di polizia internazionale o da una pedagogia pseudo-democratica, gli individui no, anche se per “giuste cause”. Eppure se le rivoluzioni di popolo, ottenute a prezzo di sangue, avvengono in paesi non occidentali, vengono salutate come un sussulto delle storia che cerca di tenere il passo con l’Occidente, liberandosi dell’atavica barbarie, incarnate da burocrazie rugginose e corrotte. Il massacro impietoso di Gheddafi è descritto come barbarie, ma comprensibile dentro un’ottica di conflitto. Un fenomeno puramente occidentale come quello dei Black bloc invece non è mai decrittabile secondo quell’ottica. Perché? Lasciamo stare se il conflitto sociale sia, rispetto a quel fenomeno, una chiave interpretativa giusta o sbagliata, il punto è che in Italia e forse in Occidente in generale abbiamo dato nel corso degli anni una lettura dei rapporti di forza come ripensamento, non solo sulla scelta dei metodi di lotta, ma bensì anche sulla nostra autonomia nel fornire interpretazioni dei fenomeni sociali e politici che non siano “pregiudicate” unicamente dalla dicotomia violenza sì, violenza no. Oggi, grazie anche alla debolezza culturale dell’opposizione politica e sociale, è proibito persino cercare di comprendere, perché il solo tentativo di dare un nome a quella violenza viene ritenuto un segnale di collaborazionismo.
Parliamoci chiaro, quei cinquecento casseurs incappucciati sono dei dementi, alcuni credono di avere una strategia di lungo respiro, si sbagliano, anche se la loro violenza di molti di loro esprime una rabbia genuina, sostenuta da condizioni assurde di sfruttamento e di totale mancanza di speranza per il futuro. In Italia non ci sarà nessuna Tunisia, né alcun Egitto, semplicemente perché non c’è un popolo in lotta e quand’anche ci fosse, il popolo è un’entità troppo indistinta per poter pensare che assuma automaticamente il volto della moltitudine che lotta per i diritti, per la democrazia e per il bene comune. Il popolo è anche e soprattutto plebe, quando non ha una coscienza di classe. Occorre prima guadagnarsi un’egemonia politico-culturale su questo terreno e far divenire certi concetti parte integrante di una coscienza collettiva. Ma questo è il punto: che succederà quando milioni di uomini e donne richiederanno un cambiamento non negoziabile della politica basata sulla centralità del profitto e sulla devastazione dell’ambiente, anche a prezzo di affrontare a viso aperto la violenza dei governi? Condanneremo la violenza del movimento senza se e senza ma, votandoci alla delazione, oppure assegneremo un limite oltrepassato il quale la non violenza da valore universale diventa una variabile politica? Certo il problema del limite è un problema serio, che può indurci alla paralisi dell’azione, ma di certo non elimina il problema della violenza. Come si può vedere siamo al paradosso, e se è vero non possiamo usare la violenza come strumento politico routinario, non possiamo però nemmeno considerarla un dato invalicabile. A questo punto o accettiamo l’idea della non violenza come elemento assoluto, il che è un assurdo, oppure siamo costretti ad ammetere che la non violenza, come ogni altro concetto etico non ha nessuna valenza universale.
Io credo in definitiva che il limite sia determinato da un cumulo delle coscienze individuali, raggiunto il quale la violenza si genera e basta, è un fenomeno per così dire “emergenziale”. Per questo motivo, sia da un punto di vista logico che politico, battersi il petto e condannare la violenza in maniera univoca e assoluta è un assurdo, poiché finisce per giustificare solo la violenza dei potenti. Cquote2.png

Il problema non siamo noi, il problema siete voi.

Foto di Alessandro Grassi

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Un uomo finito

«Credevo sul serio di essere l’unico spirito senza pregiudizi e senza paraocchi; senza falsità, sciocchezze e bestialità in testa; il solo capace di sbandire gli inganni e di buttar giù gli usurpatori; di spopolare l’intero walhalla dei vecchi dei e degli idioti moderni; di spogliare ogni cosa, ogni idea, dai ruffianeschi veli dell’abitudine, e della convenzione; di liberare l’umanità da tutte le obbrobriose servitù mentali che la impastoiano. Volevo liberare (cioè, secondo l’idea mia, aiutare) quelli stessi che disprezzavo e li disprezzavo appunto perché non eran liberi e appunto perché erano spregevoli volevo liberarli… Ma non volevo destarli colle buone e colle carezze: bensì squassandoli e pigliandoli per il petto e sbattendoli contro il muro perché dall’ira e dalla vergogna di quel rude risveglio venisse fuori uno scatto di energia, una mossa sdegnosa di virilità».

Giovanni Papini, scrittore e poeta italiano. (1881 – 1956)

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