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Toc Toc-oppure-Capitolo due-oppure-La vera storia di Lenore Beadsman

Prosegue da:
Capitolo Uno

2020 – Una sabato sera qualsiasi

Lenore sbatte il piede sul comodino, non un lamento, solo una goccia d’acqua salata si prende la libertà di venir giù per le guance, ma non prima però che la rabbia le abbia fatte del color delle pesche mature. Lei l’asciuga subito furtiva, anche se non la sta guardando nessuno. Non è una che piange e ci tiene a ricordarlo prima di tutti a se stessa.
Per l’urto cadono a terra i due libri che erano in bilico sul comodino.
Il dolore la costringe a guardarsi attorno: fredda materia immobile ed oggetti privi di valore.

Ogni volta che vede le cose per quel che sono ripensa a Marc, alla sua capacità di giocare con la vita e colorare la realtà. Le piaceva guardare il mondo coi suoi occhi e ancor di più le piaceva come i suoi occhi dipingevano lei. Se la natura aveva il merito di averla fatta bella, era soltanto negli occhi di Marc che poteva sentirsi una dea.
Scruta i libri sul pavimento e gli grida contro come se quei poveretti avessero le orecchie — I fatti sono soltanto fatti!
Sono i libri che ha scritto Marc, mondi meravigliosi dove esistono soltanto momenti irripetibili e personaggi leggendari. Ogni gesto è assoluto, ogni bacio il più appassionato, ogni battuta regge le sorti dell’intero universo, libri in cui non esistono fatti, ma solo significati, libri che la tormentano perché lei continua a riconoscersi in ogni pagina.

Continua nel Capitolo Tre
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Fame chimica-oppure-Incipit di un romanzo giovanile-oppure-La vera storia di Norman Bombardini

2014 – Inverno romano

Tom ascolta tutta la storia in silenzio, come al solito; è uno che per affrontare un problema ha bisogno di aver prima chiari tutti gli elementi, il rischio, per lui, è roba per chi se la può permettere.
Solo quando tutto è stato detto alza gli occhi dal bicchiere — Si ma questo non spiega perché l’ha fatto.

In risposta l’istintiva tracotanza di chi è convinto di dover sempre star a spiegare a tutti l’ovvio, persino a Tom — E io perché lo faccio? Per il potere, che altro sennò?

Finisce a lenti sorsi il suo rum liscio.
A guardarlo così mi torna in mente da ragazzo. Già allora, mentre noi il rum lo bevevamo alla goccia, lui lo sorseggiava, bicchiere dopo bicchiere.
Non è cambiato e non lo sono nemmeno io e lui lo sa benissimo — Dai Marc, lo sai anche te che il potere fine a se stesso non è una spiegazione. Tu non vuoi il potere, vuoi il caos. Tu veneri il caos. Il potere è solo un passaggio necessario, ti serve solo per immolarlo al caos. Quanto più potere, tanto più caos.
Ma lei non è come te, lei lo odia il caos.

Ha sempre tutto fottutamente chiaro quel figlio di puttana, scommetto che Dio in persona gli ha affidato il compito di tenere in ordine i libri contabili dell’universo.
Messo alle strette arrivo al punto e dico l’unica cosa importante che avevo da dire — E va bene, hai ragione, lei venera soltanto se stessa, ma a conti fatti è lo stesso. Per farlo ha comunque bisogno del potere. Quanto più potere, tanto più grande la sua immagine di sé.
Un mostro che divora e consuma tutto ciò che gli sta attorno e, quando ogni cosa è distrutta, si sposta e ricomincia da capo.
Forse è vero, non è esatto dire che lo fa per il potere, lo fa per fame, come quel tizio nella Scopa del Sistema e io col cazzo che voglio finire mangiato!

Continua nel Capitolo Due

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