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Il solito Incrocio-oppure-Corri Ancora-oppure-Capitolo Sei

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Prosegue da:
Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre
Capitolo Quattro
Capitolo Cinque

2013 – Notte fonda a Roma Sud

Eccoli che percorrono gli ultimi cento metri prima che la notte finalmente li divida.
Fanno più schifo del solito, ma bisogna concederglielo, d’altronde sono in giro in bicicletta da questa mattina. Sono stremati ma, come sempre, se ne fregano alla grande.
A breve uno di loro proseguirà dritto, l’altra girerà a sinistra. Nel farlo si volteranno a guardarsi e si sorrideranno senza dire una parola. È così che funziona tra loro: è negandosi i banali gesti d’affetto socialmente ritualizzati che riescono a godere a pieno dei rari attimi di intimità che si concedono. Un gioco sadico fatto di attese infinite e privazioni continue.
Arrivati a questo punto nella testa di Marc succede sempre la stessa cosa.

— Ti prego, fa che si fermi e che mi dica di non volersene andare. Mi basta uno sguardo che si attardi anche solo un secondo di troppo, un cenno, una parola. Mi va bene anche che continui a pedalarmi accanto senza dire niente, mi andrebbe bene anche poter continuare a guardare soltanto la sua ombra  proiettata sull’asfalto come se vittima della stessa maledizione di Orfeo.
Quando sarà la prossima volta? Cristo iddìo non far passare un’altra notte. Regalami solo un secondo, lasciati respirare il tempo minimo per non farmi impazzire.

Marc non era bravo con le attese, ma questo scontro di forze in cui lei lo costringeva era contemporaneamente la sua più grande sofferenza e la sua più grande gioia.
Tanto più lei si sottraeva, tanto più cresceva la smania di lui. Non era mai riuscito a sentirsi così vivo.
La voleva così come gli assetati desiderano l’acqua, ma non poteva allungare la mano e prenderla, queste erano le regole, pena la fine del gioco.
E allora Marc aspettava, tendeva ogni fibra del suo corpo nel disperato intento di cogliere nelle vibrazioni di Lenore il momento giusto per avvicinarla. Il loro era un ballo estremamente sofisticato dove il minimo errore poteva distruggere irreparabilmente gli equilibri e costringerli a ricominciare da capo. La comunicazione continua tra i loro corpi era invisibile a chiunque altro e di una complessità inaccessibile anche al più erudito dei semiologi.

Quella notte però non furono necessari semiologi. Quando Marc si voltò convinto di trovare il sorriso di Lenore che si allontanava si trovò di fronte il più chiaro dei segni: Lenore era ferma sullo spartitraffico al centro dell’incrocio e lo guardava.

Continua nel Capitolo Sette

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Mai tristi, mai stanchi, mai colpevoli-oppure-Ognuno ha il mondo che si merita-oppure-Capitolo quattro

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Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre

2013 – Il centro del mondo

Due biciclette legate lungo la riva del lago si godono un meritato riposo; le catene, unte di grasso giusto questa mattina, sono ormai ricoperte di polvere e terra.
Non lontani, invece, i due ciclisti si rincorrono ancora, nessuno dei due vuole essere il primo a mollare.
Marc non è ancora stanco, ma vede chiaramente che a tener su Lenore è rimasto soltanto l’orgoglio: quella ragazzina presuntuosa si farebbe venire un infarto piuttosto che dargliela vinta.
Dopo l’ennesimo ruzzolone nell’erba finge di non farcela più e, afferrata Lenore per un braccio, se la tira dietro. Non ha alcuna intenzione di finire la serata all’ospedale per colpa della sua testa dura.
E poi sono ore che ha una voglia matta di starle vicino.

A pancia all’aria guardano le nuvole continuare il loro gioco — Le vedi Marc? Loro mica si fermano mai. Anche quando si raggiungono, sono sempre pronte a separarsi per ricominciare da capo.
Lo dice con così tanta ingenuità e leggerezza che Marc non riesce a capire se sta parlando della loro relazione o soltanto delle nuvole, decide di restare neutrale — D’altronde è piuttosto semplice quando sei una nuvola no?

Lenore sta esplorando con le dita una ad una le rughe delle mani di Marc, si sofferma a lungo sulla sua cicatrice, ma passa oltre senza fare domande.
Lui è un po’ che la fissa senza farsi notare — Polvere e sudore sono ingredienti fondamentali della bellezza.
Gli scappa dalla bocca senza volerlo, non è bravo a tenersi in testa quel che pensa.
Lenore si gira e lo scruta, incuriosita dal suo strano modo di rompere un lungo silenzio. 
Dopo avergli attentamente letto negli occhi gli lancia un sorriso di quelli che solo i bambini riescono a fare.
Marc accusa il colpo, qualcosa dentro di lui va in frantumi — E tu sei un ingrediente fondamentale per la mia felicità.
Quel cretino l’ha fatto di nuovo, deve aver perso totalmente il controllo: il gioco per lui è finito, non ci sono più strategie.
Lenore capisce che non ha più nulla da temere e accorcia, rotolando nell’erba, la poca distanza che ancora li separava.
Gli si stringe addosso — Non mi va più di giocare a fare la nuvola.

Continua nel Capitolo Cinque

Senza titolo

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Capitolo tre-oppure-Tossici-oppure-Il contrattacco

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Capitolo Uno
Capitolo Due

2016 – Una camera d’albergo a Trento

Marc è in preda all’ennesimo sbalzo d’umore, sta giocando con la testa di Lenore con quel cinismo e quella perversione che lo contraddistinguono. È un maestro nel manipolare la realtà e nel creare mondi paralleli, un uomo pericoloso, specialmente per lei — I soggetti affetti da disturbo narcisistico della personalità presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali e che li facciano sentire tali, manipolano gli altri al solo fine di accrescere l’immagine di se stessi, presentano l’aspettativa che tutto sia loro dovuto, sono incapaci di occuparsi di altri al di fuori di se stessi o di provare empatia…
Alza gli occhi dal foglio e cerca con aria di sfida lo sguardo di Lenore — Vuoi che continui a leggere o ti basta così? Che potresti trovare meglio di un artista pazzo e visionario che non vede l’ora di idealizzare qualsiasi cosa gli si para di fronte?

I mondi fantastici in cui ama vivere e la schifosa realtà che tanto disprezza stanno collassando uno sull’altra sotto gli incessanti colpi di Marc.
Lenore comincia finalmente a realizzare di essere intrappolata in quell’intreccio malsano che è quello tra la sua malattia e quella di lui, vorrebbe scappare di nuovo, ma ormai ha capito che finisce sempre col ritornare — Perché anche quando fai così non riesco ad odiarti?
Occhi languidi, sguardo intenso, lascia che un filo d’aria passi tra le labbra socchiuse, lo guarda come se lui fosse la cosa più importante al mondo.

Marc non molla, l’ha già visto succedere centinaia di volte e sa perfettamente che cosa lei sta cercando fare, è stufo di essere usato come cassa di risonanza per accrescere il suo ego — Sono un istrionico, sono il migliore nell’idealizzare fatti, persone,sentimenti e situazioni. Sei un narciso, non puoi fare altro che farti irretire da questi mondi in cui tutto è più di ciò che realmente è, tu compresa. Non sei speciale, sono io a renderti tale, e tu ne hai un fottuto bisogno! Sei come un tossico in cerca di una dose, ed io sono la roba che ti fa sballare di più.
Fa una pausa senza smettere di fissarla, ha tutte le intenzioni di soffiare via il suo castello di carte e non vuole perdersi lo spettacolo.
— Ti presenti qui, fai la solita recita e aspetti, sicura che poi sarò io a fare tutto il resto.
Quando il tuo ego si è nutrito abbastanza, giri i tacchi e te ne vai come se niente fosse, per poi tornare appena la tua vita ricomincia a sembrarti banale.
Sorride della sicurezza di chi ha finalmente capito tutto e può passare al contrattacco.
— La realtà è che senza di me non esisti, tutta la tua fottuta vita si ridurrebbe ad un merdoso disturbo della personalità!

Lenore guarda altrove, nessuna emozione sul suo volto, non una parola dalle sue labbra. Potrebbe continuare a gridare per ore senza ottenere alcun risultato. Per Marc è l’ennesima battaglia persa, voleva vederla crollare, ma a quanto pare il castello era ben più solido della carta.
Poco male, sa che in ogni caso è finalmente riuscito a vincere la guerra.
Si alza in piedi e le getta in grembo il suo primo romanzo, ancora inedito; uscendo, si chiude la porta alle spalle.

Continua nel Capitolo Quattro
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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Primavera

Su un balcone romano, in un vaso di terra non seminata, sono nata io.
Non conosco né il mio nome né la la mia specie, nessuno se ne è mai preoccupato, sono sempre stata trattata come se non fossi ciò che sono: una pianta neotropicale.
Sono arrivata come l’amore, portata dal vento, dove ho trovato terreno fertile mi sono stabilita e lì sono cresciuta.
Ero solo un germoglio rossastro quando lui mi vide per la prima volta, mi guardò con quella faccia da pesce lesso sorridente che ti viene su solo di fronte ai regali inattesi o alla persona che ami.
Ancora oggi, quando mi guarda, non capisco quale dei due io sia per lui.
Strane creature gli esseri umani se la loro mente può ingannarli a tal punto da fargli dimenticare che io sono solo un germoglio e non il simbolo della loro storia.
Corse subito a chiamarla, quella che solo poi scoprii essere la sua ragazza, come un più modesto Gabriele dei giorni nostri, ansioso di annunciare la notizia della mia nascita.
L’ho sentito più volte dichiararsi un materialista radicale, eppure quel giorno sembrava veramente convinto di aver assistito all’immacolata concezione.

Estate

Da allora abbiamo imparato a conoscerci, tutti e tre, a prenderci cura l’uno dell’altro e a restare uniti. Siamo cresciuti, io più di tutti e dopo qualche mese occupavo già l’intero vaso.
Così ho scoperto che intorno a me era pieno di altre piante e quello scemo con la faccia da pesce lesso ne combinava sempre di tutti i colori, non c’era di che annoiarsi. Tutto era nuovo, tutto era oro.
Ci siamo coltivati e così, in estate, ho regalato loro la mia prima fioritura, e lui mi ha guardato di nuovo con quello sguardo.

Autunno

È passato un anno ed ora capita che io venga abbandonata a me stessa, lui non mi guarda più come mi guardava una volta, credo che certi giorni si dimentichi persino che esisto.
Lei invece mi cura ancora, ma da sola non ce la fa, d’altronde tenere in piedi una relazione è un lavoro per due.
Sempre più spesso noi tutte in balcone veniamo lasciate senz’acqua, chi si ammala non viene curato e chi non è già malato finisce con l’ammalarsi per debolezza.
Sempre più di rado lei esce in balcone con un carico d’acqua e ce lo versa sconsolata, mi guarda come si guardano i malati terminali, ma è fatta così, lei è una che comunque ci prova.
Lui è da un pezzo che non si vede più.

Inverno

Sono i primi caldi estivi e il balcone è un cimitero di cui resto l’ultima testimone.
Loro due hanno smesso di parlarsi e neanche io me la passo un granché, oggi sono tre settimane che non mangio, nessuno mette più piede in balcone, solo, alle volte, quando l’altro non li vede, si affacciano e mi guardano, ma è un modo tutto nuovo.
Mi fanno sentire di troppo, come un ostinata che non vuole cedere, come un peso, un ricordo passato che non li vuole lasciare in pace, mi guardano e li vedo chiedersi: ma quanto ci metti a morire?
Una notte di fine estate come tante altre lo vidi in strada che rientrava con quei suoi occhi stanchi e l’andatura di chi va di fretta, anche se poi non ha niente da fare. Era uno dei rari momenti della giornata in cui riuscivo ancora a vederlo: la mattina, quando usciva, e la notte tarda al suo ritorno. Ormai avevano smesso anche di spiarmi di nascosto, se ero così decisa a non morire avrebbero trovato un’altra soluzione, mi avrebbero cancellato dalla loro vita, non mi avrebbero più guardato.
Ma io continuavo a ostinarmi, come facevo ormai da mesi, a fissarlo intensamente sperando che un giorno avrebbe alzato gli occhi e se fosse successo, dovevo essere lì. Avevo una lezione da insegnargli.

…e ancora primavera

E come in tutte le favole, alla fine, quel che non ti aspetti che succeda finisce col succedere e il caso volle che successe proprio quella sera. Piegò il collo all’indietro e mi guardò fisso, forse per controllare se ero ancora lì, forse era curioso di scoprire se avevo mollato, forse in fondo sperava di trovarmi qua al mio posto, forse aveva passato una giornataccia e doveva solo sgranchirsi il collo, vallo a sapere, ma fatto sta che quando alzò gli occhi, mi trovò lì, fiorita.
Non resse il colpo, ci restò secco sul posto, non avesse dimenticato come fare, sono piuttosto sicura che avrebbe pianto.
E fu ancora primavera, fu ancora pesce lesso sorridente, fu di nuovo amore.
Se lei fosse stata qui, sono sicura che sarebbe corso a chiamarla come aveva fatto la prima volta, ma lei non c’era.
Prese il telefono e scrisse: «Tornando a casa ho guardato su verso il balcone e ho visto che la pianta rossa, nonostante tutto, è riuscita a fiorire. Quella pianta è noi».

Le cose finiscono se le si lascia finire.

Tradescantia-purpurea

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Nuovomondo

Definire uno stimolo, di per sé ambiguo, ne fissa il significato.
Chiarire uno stato di cose, di per sé ambiguo, annulla le possibilità interpretative.
Determinare una relazione ne identifica di conseguenza i soggetti che la compongono.
Definire inchioda, tieni fermi.
Crea previsioni e pretese.
Non annuncia il futuro, ma ne traccia il percorso.

Rinuncia ad ogni forma di ancoraggio.
Accettazione di insicurezza e transitorietà sistematiche.
Distaccamento radicale dal fluire del tempo.
Abbandono di ogni forma di controllo.
Gesto che nella sua unicità è sempre l’inizio di qualcosa e mai la sua continuazione.
Cedere alla marea e scoprire che si può ancora galleggiare.

 

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La punizione per il possessore di una penna infinita che scrive anche a testa in giù è un inferno fatto di silenzio

Venditore di storie che confeziona contratti prematrimoniali.
Come negazione costretta a parlare apertamente di ciò che vuole respingere.
D’altronde i cinque continenti hanno tutti un nome di donna.
Scrittore che dà in pegno le sue parole.
Insufficienza combattuta da dichiarazioni di intenti.
È dall’impedimento che nasce l’ingegno.
È di fronte l’impossibilità che si attiva la volontà.
E il non riuscire non è una sconfitta, ma un incentivo.
Ancora incomunicabile. E allora?
Creazione di io adeguati a soddisfare ogni bisogno.
La tendenza al movimento nasce dalla scoperta di spazi vuoti.
Spingimi dove l’ardore per l’infinito spinse Ulisse.
Vita,
musa.
Io allora sarò tutto.

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Solo un uomo

Ciò che non si comprende genera terrore.
Un mostro è un essere vivente che si discosta dalle caratteristiche ordinarie della specie.
Dignità di soggetto umano negata come ad animale braccato da sguardi.
Identità ridotta a problema di ordine pubblico.
Io che si afferma fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito.
Esistenza senza alcuna finalità.
Vita immolata secondo il caso.
Forma di vita oltre la morale, baluardo del qui ed ora.

Desiderio di essere riconosciuti.
Guardami, accettami, comprendimi, amami.
Tutto non riducibile alla somma delle sue parti.
Irriducibile e irripetibile unicità.
Contenitore di moltitudini e contraddizioni.
Unità capace di molte forme e infinite declinazioni.
Io sono un essere umano.
Pungimi e vedrai sangue.

Mi si dice: questa specie d’amore non darà frutti. Ma come poter valutare ciò che fruttifica? Perché ciò che fruttifica è un Bene? Perché durare è meglio che bruciare?

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Neanche se sei Eddie Merckx

Evitare è il paradigma dominante.
Applicato ad libitum, o quantomeno finché tiene.
Ultimo baluardo a difesa dello status quo.
Teoria della verità mai sottoposta a esperimenti.
Infallibile poiché intangibile.
Idealizzare è un processo di isolamento dall’insieme delle relazioni.
Traslato su un altro piano.
Non in relazione e quindi non in discussione.
Perché confronto fa sempre rima con cambiamento.
Tutto resta uguale solo se si smette di giocare.

Come fanno le coccinelle ad attraversare la pioggia?
Schivano ogni goccia, oppure hanno imparato a lasciarsi colpire senza cadere?
Astrazione o capacità di lasciarsi modificare dalla relazione con l’alter?
Moltiplicare gli affetti senza perdere la costante.
Restare in volo.
Infondo, per quanto tu possa essere abile, qualcosa arriverà a toccarti.
Non ci si può difendere dalla vita.
Prima o poi quella ti piglia.
E non è detto che tutte le coccinelle arrivino a vedere l’arcobaleno.

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Uomini

Il primo uomo corse cento chilometri e senza fiato corto dichiarò:
« Sono l’uomo più in salute del mondo. »

Il secondo salì in alto nel cielo e indicando tutta la terra sottostante dichiarò:
« Tutto ciò che vedi mi appartiene. »

Il terzo con un ampio gesto delle braccia indicò l’universo intero e dichiarò:
« Conosco tutto il conoscibile. »

Il quarto restò immobile, tacque, alzò lo sguardo e infine, sorrise.

 

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Piazza Amore

Quando tu volevi restare bambina, io avevo fretta di diventare grande.
Quando tu sei diventata grande, io ho deciso che preferivo rimanere bambino.
Ci siamo incontrati a metà strada, all’incrocio dei nostri opposti cambiamenti.
Incrocio meraviglioso, lo chiamano l’incrocio di Piazza Amore.
Ma arrivavamo da strade diverse, e per strade diverse ce ne siamo andati.

 
" Strade che si lasciano guidare forte 
Poche parole piogge calde e buio 
Tergicristalli e curve da drizzare 
Strade che si lasciano dimenticare "

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Incontri con uomini straordinari – Erri De Luca

Un uomo grande.
Forse più di un  uomo.
Mi viene in mente il termine “mahatma”, grande anima, perché è questa la sensazione che si prova a stargli accanto.
Guardo quest’ometto, smilzo e traballante e io, che sono la persona più presuntuosa che conosco, mi sento piccolo piccolo, oppresso da qualcuno che è molto più dello spazio che occupa e molto più dell’aria che consuma.
Guardo con più attenzione. Lo ascolto. Cerco una risposta.
Eppure è solo un uomo.
Occhi per guardare, bocca per parlare. Respira. Cammina. Pollice opponibile. Volontà, memoria e pensiero.

« Voglio diventare un uomo incommensurabilmente forte »

Ed è già una sfida, un confronto, è nella mia natura di egocentrico presuntuoso.
Come può un uomo, come lo sono anche io, farmi sentire così?
È qualcosa al di la del sensibile.
Lui conosce ciò che non si può insegnare.
E io non so null’altro che questo.

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La colazione dei campioni – Kurt Vonnegut

La cameriera mi servì un’altra volta da bere. E di nuovo fece per accendere la candela sul mio tavolo.
Glielo impedii.
“Ma cosa riesce a vedere nel buoio, con gli occhiali da sole sul naso?” mi chiese.

“Il grande Spettacolo all’interno della mia testa” risposi.

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Punti (in)fermi

Non è che siam cambiati.
Stiamo ancora cambiando.

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Rivelazione

Felicemente incomunicabile.
Trasformazione improvvisa di problemi esistenziali in motivi di gioia e vanto.
Incomunicabile.
Perché di comunicare, questa volta, non c’è alcun bisogno.
Compiere l’essere con il non essere.
Potenza che sovverte l’atto.
Non c’è soluzione, perché non c’è problema.

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Tettonica delle placche

« Tu, mio. »
Parlante come artista esecutore.
Contatto che è punto di rottura.
(S)composizione strutturale.
Scosse di assestamento.
Nascita di un nuovo ecosistema.
Evoluzione.
Dubbia attribuzione di connotazione positiva.
Diverso.
E tanto basta.

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