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Solo un uomo

Ciò che non si comprende genera terrore.
Un mostro è un essere vivente che si discosta dalle caratteristiche ordinarie della specie.
Dignità di soggetto umano negata come ad animale braccato da sguardi.
Identità ridotta a problema di ordine pubblico.
Io che si afferma fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito.
Esistenza senza alcuna finalità.
Vita immolata secondo il caso.
Forma di vita oltre la morale, baluardo del qui ed ora.

Desiderio di essere riconosciuti.
Guardami, accettami, comprendimi, amami.
Tutto non riducibile alla somma delle sue parti.
Irriducibile e irripetibile unicità.
Contenitore di moltitudini e contraddizioni.
Unità capace di molte forme e infinite declinazioni.
Io sono un essere umano.
Pungimi e vedrai sangue.

Mi si dice: questa specie d’amore non darà frutti. Ma come poter valutare ciò che fruttifica? Perché ciò che fruttifica è un Bene? Perché durare è meglio che bruciare?

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L’importante sarebbe continuare a “essere” politici

Cquote1.png Secondo me, se va avanti così, va a finire che a votare non ci va più nessuno. No, dico, è una cosa grave. Grave per chi? Per la gente, no. Per i partiti, nemmeno, tanto rimane tutto uguale. Lo Stato è lì, bello solido. E allora perché è grave? Ma se in America, che sono sempre più avanti di noi, non va a votare quasi nessuno. Che democrazia, eh! Stiamo diventando americani anche in questo. E pensare che nel dopoguerra si picchiavano per andare a votare. Si picchiavano nelle strade, gran passione, nelle piazze, scontri, comizi, bianchi, neri, repubblicani, monarchici, destra, sinistra, tutti alle urne, anche le donne finalmente. Il suffragio universale. Adesso, quella domenica lì, quelli di sinistra vanno a Riccione, quelli di destra vanno in Sardegna… il naufragio universale. Ma perché fate le elezioni d’estate, che vince sempre il mare!? Il fatto è che la gente non pensa, o forse non sa, che appena gli arriva il certificato elettorale… DLIN!… scatta il suo contributo di lire quattromila che verrà diviso proporzionalmente tra i Partiti. Ma se uno non va a votare, le quattromila lire le paga lo stesso? Certo. Ma come sarebbe a dire? Uno entra in un supermercato, non compra la mostarda perché gli fa schifo, mica gliela fanno pagare. E se gli fanno schifo i partiti? DLIN! Quattromila. Certo che se le quattromila lire invece di farcele pagare ce le dessero, avrebbero risolto il problema dell’affluenza alle urne. D’altronde il voto è un diritto-dovere. Anche questa è bella. Che sia un diritto lo abbiamo capito tutti. Che sia un dovere, ultimamente non l’ha capito nessuno. Che mestiere strano quello del politico. È l’unico mestiere in cui uno dice: «Io sono il più bravo». E se lo dice da sé. E te lo scrive, e te lo grida, nelle piazze, nei comizi. «Io sono l’uomo giusto al posto giusto». Complimenti. Quello che mi piace dei politici è la faccia come il culo. Eccoli qua. Verifichiamo gli schieramenti. Ci mettiamo davanti a un tavolo con tutti gli omini e… D’Alema di qua, Berlusconi di qua, belli lontani… per ora. Veltroni vicino a D’Alema, Fini vicino a Berlusconi. Quando si dice “vicino”, si fa per dire. Bertinotti a sinistra, più a sinistra, ancora più a sinistra…. Oddio mi è sceso dal tavolo. E adesso come faccio? Prodi… lo mando in Europa. Casini vicino a Berlusconi, più indietro, indietro un casino. Di Pietro da questa parte, anche se andrebbe dall’altra, ma non importa. Maledizione! Cossutta mi sta risalendo sul tavolo. Dini, Dini lo bacio… che diventa un gran figo. Segni… Segni lo butto via. Bossi lo metto su un tavolo a parte, che gioca da solo. La Bonino… la Bonino per ora la tengo qui, in sospeso, poi casomai si fa un referendum. Buttiglione… lo metto di qua e lui salta di là, poi salta di qua, e poi salta di là. Sta’ fermo, Rocco! Che mi rovini il giochino! Macché, saltano tutti, Buttiglione, la Pivetti, Scognamiglio, Masi, anche Mastella è sempre lì che si prepara. Ma sì, ma sì, ma sì, saltate pure. Tanto si sa benissimo che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo non cambia. E allora come si fa a tacciare di sterile menefreghismo uno che non vota? Potrebbe essere un rifiuto forte e cosciente di “questa” politica. No, perché non è mica facile non andare a votare. Soprattutto non è bello farlo così, a cuor leggero, o addirittura farsene un vanto. C’è dentro il disagio di non appartenere più a niente, di essere diventati totalmente impotenti. C’è dentro il dolore di essere diventati così poveri di ideali, senza più uno slancio, un sogno, una proposta, una fede. È come una specie di resa. Ma al di là di chi vota e di chi non vota, al di là dell’intervento, al di là del fare o non fare politica, l’importante sarebbe continuare a “essere” politici. Perché in ogni parola, in ogni gesto, in qualsiasi azione normale, in qualsiasi momento della nostra vita, ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo pensiero di uomo e soprattutto di uomo che vuol vivere con gli uomini. E questo non è un diritto. È un dovere. Cquote2.png

Giorgio Gaber , “Il voto”, 1999

 

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Sciopero generale 6 maggio 2011

Quello del 6 maggio non dovrà essere uno sciopero come gli altri. Dalle lotte degli studenti e dei ricercatori contro il Ddl Gelmini a quelle dei metalmeccanici contro il Piano Marchionne, passando per le battaglie dei migranti e per le vertenze che animano i collettivi dei lavoratori autonomi di nuova generazione, le reti dei precari dello spettacolo, del sociale e dei servizi, un cumulo di esperienze frastagliate sta cercando di trovare il modo di reagire ai devastanti effetti della crisi economica e finanziaria e alle scellerate politiche del Governo e di Confindustria.
La convocazione dello sciopero generale da parte della Cgil è sicuramente il risultato di questa pressione che proviene dal basso e dall’interno dello stesso sindacato. Occorre ora fare propria questa scadenza per dare vita ad una mobilitazione generale e generalizzata che blocchi davvero il paese, che sappia mostrare che senza di noi tutto può fermarsi, che sono le lavoratrici e i lavoratori, i migranti e i precari a produrre quella ricchezza che ogni giorno ci viene sottratta dalla rendita, dallo sfruttamento e dell’insarrestabile distribuzione del Welfare State.
Redistribuire la ricchezza che tutti insieme rendiamo possibile, disporre di un reddito garantito che sappia liberarci dal ricatto della precarietà e della disoccupazione, che copra i tempi di non lavoro e assicuri il diritto allo studio, difendere la contrattazione ed estenderla a chi ne rimane fuori, fermare l’attacco ai diritti acquisisti ed inventarne di nuovi, più adeguati alle molteplici figure del lavoro e ai loro desideri.
Rivolgiamo quindi questo appllo alle mille e disperse figure del lavoro delle città di Roma, ai delegati sindacali, ai precari, agli intermittenti, agli stagisti, ai migranti, ai disoccupati, ai lavoratori autonimi, agli studenti e ai ricercatori, per costruire insieme il percorso che ci condurrà alla generalizzazione dello sciopero del 6 maggio prossimo.
È una sfida non scontata che necessita della partecipazione di tutti: serve mettere in collegamento quello che è frammentato, costruire comunemente una carta rivendicativa che costituisca una base comune per nuove vertenze sociali e territoriali, da quelle sul lavoro a quelle per i beni comuni, dal diritto all’abitare a quello alla cultura, sperimentare anzione collettive in grado di inceppare la macchina della produzione e della circolazione nella nostra città, immaginare pratiche di lotta anche per chi non può acedere alle tradizionali forme di mobilitazione o perché non appartiene ad alcuna organizzazione o perché è troppo ricattato per lottare.
Per questo è necessario impegnarsi, mobilitarsi, darsi da fare, ognuno con i propri modi e mezzi, ma uniti. Uniti dal desiderio di cambiare segno al presente e di riprendersi quella parte di futuro che ci spetta.

Generalizziamo lo SCIOPERO!


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