Archivi tag: comunicazione

Incomunicabile/tre

Cerco di tappare con l’inchiostro il punto di fuga tra teoresi e prassi, ma c’è poco da fare, il rubinetto continua a perdere.
Equipe di psichiatri dove basterebbe un idraulico.
Non costruzione mediata di gesti adeguati, ma fuoco vivo che ha già tutto in sé e non ha niente da imparare.
Non pensiero simbolico che necessita di spiegare, ma macchina desiderante produttrice di vitalità.
È solo questione di desiderio e non si può insegnare.

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Cognitivismo affettivo

Temi ciò che sono, ma non le mie intenzioni.
Come una spada danzante che non vuol ferire.

Amigdala in costante stato di allerta.
Iper-attivazione percettiva volta alla rilevazione di ogni stimolo in entrata.
Ripetuto tentativo di mappatura dello spazio.

Incolpevole inconsistenza dei dati raccolti.
Nicchia ecologica infernale strutturata per la deprivazione sensoriale.
Invivibile vuoto assoluto, o fuga, o morte.

Omeostasi irrangiungibile a causa di continua dispersione energetica.
L’azione, in fisica, è definita come una trasformazione che agisce sullo spazio delle configurazioni e restituisce numeri reali.
Restituisce è la parola fondamentale.

Terreno fertile è dove fioriscono i fiori.

brain_by_XaverVanShade

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Solo un uomo

Ciò che non si comprende genera terrore.
Un mostro è un essere vivente che si discosta dalle caratteristiche ordinarie della specie.
Dignità di soggetto umano negata come ad animale braccato da sguardi.
Identità ridotta a problema di ordine pubblico.
Io che si afferma fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito.
Esistenza senza alcuna finalità.
Vita immolata secondo il caso.
Forma di vita oltre la morale, baluardo del qui ed ora.

Desiderio di essere riconosciuti.
Guardami, accettami, comprendimi, amami.
Tutto non riducibile alla somma delle sue parti.
Irriducibile e irripetibile unicità.
Contenitore di moltitudini e contraddizioni.
Unità capace di molte forme e infinite declinazioni.
Io sono un essere umano.
Pungimi e vedrai sangue.

Mi si dice: questa specie d’amore non darà frutti. Ma come poter valutare ciò che fruttifica? Perché ciò che fruttifica è un Bene? Perché durare è meglio che bruciare?

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Sugli scontri del 15 ottobre a Roma

– di Franco Cilli –

Cquote1.png Questo discorso sulla violenza è stucchevole e fuorviante.
È ovvio che l’argomentare contro la violenza è funzionale alla conservazione di un rapporto di forza favorevole a coloro che detengono le leve del potere politico finanziario, giocato non solo in termini di forza bruta, ma anche attraverso l’interiorizzazione di false regole morali. Le contraddizioni presenti in una tesi legalista tout court stridono con la logica elementare e con il buon senso. Persino un bambino potrebbe sbatterle in faccia ai vari governanti ai loro servi. In definitiva secondo una visione farisaica, la non violenza è una norma inviolabile, è materia ipostatica, valore assoluto, fuori del tempo e dello spazio, ed è un marchio indelebile della morale dell’individuo, qualunque sia la sua condizione sociale, e non, chissà perché dell’etica pubblica. Gli stati possono usare la violenza anche per bieco calcolo utilitaristico o per perseguire politiche coloniali mascherate da operazioni di polizia internazionale o da una pedagogia pseudo-democratica, gli individui no, anche se per “giuste cause”. Eppure se le rivoluzioni di popolo, ottenute a prezzo di sangue, avvengono in paesi non occidentali, vengono salutate come un sussulto delle storia che cerca di tenere il passo con l’Occidente, liberandosi dell’atavica barbarie, incarnate da burocrazie rugginose e corrotte. Il massacro impietoso di Gheddafi è descritto come barbarie, ma comprensibile dentro un’ottica di conflitto. Un fenomeno puramente occidentale come quello dei Black bloc invece non è mai decrittabile secondo quell’ottica. Perché? Lasciamo stare se il conflitto sociale sia, rispetto a quel fenomeno, una chiave interpretativa giusta o sbagliata, il punto è che in Italia e forse in Occidente in generale abbiamo dato nel corso degli anni una lettura dei rapporti di forza come ripensamento, non solo sulla scelta dei metodi di lotta, ma bensì anche sulla nostra autonomia nel fornire interpretazioni dei fenomeni sociali e politici che non siano “pregiudicate” unicamente dalla dicotomia violenza sì, violenza no. Oggi, grazie anche alla debolezza culturale dell’opposizione politica e sociale, è proibito persino cercare di comprendere, perché il solo tentativo di dare un nome a quella violenza viene ritenuto un segnale di collaborazionismo.
Parliamoci chiaro, quei cinquecento casseurs incappucciati sono dei dementi, alcuni credono di avere una strategia di lungo respiro, si sbagliano, anche se la loro violenza di molti di loro esprime una rabbia genuina, sostenuta da condizioni assurde di sfruttamento e di totale mancanza di speranza per il futuro. In Italia non ci sarà nessuna Tunisia, né alcun Egitto, semplicemente perché non c’è un popolo in lotta e quand’anche ci fosse, il popolo è un’entità troppo indistinta per poter pensare che assuma automaticamente il volto della moltitudine che lotta per i diritti, per la democrazia e per il bene comune. Il popolo è anche e soprattutto plebe, quando non ha una coscienza di classe. Occorre prima guadagnarsi un’egemonia politico-culturale su questo terreno e far divenire certi concetti parte integrante di una coscienza collettiva. Ma questo è il punto: che succederà quando milioni di uomini e donne richiederanno un cambiamento non negoziabile della politica basata sulla centralità del profitto e sulla devastazione dell’ambiente, anche a prezzo di affrontare a viso aperto la violenza dei governi? Condanneremo la violenza del movimento senza se e senza ma, votandoci alla delazione, oppure assegneremo un limite oltrepassato il quale la non violenza da valore universale diventa una variabile politica? Certo il problema del limite è un problema serio, che può indurci alla paralisi dell’azione, ma di certo non elimina il problema della violenza. Come si può vedere siamo al paradosso, e se è vero non possiamo usare la violenza come strumento politico routinario, non possiamo però nemmeno considerarla un dato invalicabile. A questo punto o accettiamo l’idea della non violenza come elemento assoluto, il che è un assurdo, oppure siamo costretti ad ammetere che la non violenza, come ogni altro concetto etico non ha nessuna valenza universale.
Io credo in definitiva che il limite sia determinato da un cumulo delle coscienze individuali, raggiunto il quale la violenza si genera e basta, è un fenomeno per così dire “emergenziale”. Per questo motivo, sia da un punto di vista logico che politico, battersi il petto e condannare la violenza in maniera univoca e assoluta è un assurdo, poiché finisce per giustificare solo la violenza dei potenti. Cquote2.png

Il problema non siamo noi, il problema siete voi.

Foto di Alessandro Grassi

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Antisociale

Ho disprezzo profondo per le persone che credono di avere un opinione.
Ancor di più per quelle che sentono la necessità di esprimerla.

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Debolezze della teoria della specializzazione

« L’artista militante è un artista disinnescato: non essendo costui in grado di fronteggiare il tutto si fa vessillo ufficiale di una parte.
Ma l’artista autentico è sempre un dissidente, da se stesso coscritto. »

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Incontri con uomini straordinari – Erri De Luca

Un uomo grande.
Forse più di un  uomo.
Mi viene in mente il termine “mahatma”, grande anima, perché è questa la sensazione che si prova a stargli accanto.
Guardo quest’ometto, smilzo e traballante e io, che sono la persona più presuntuosa che conosco, mi sento piccolo piccolo, oppresso da qualcuno che è molto più dello spazio che occupa e molto più dell’aria che consuma.
Guardo con più attenzione. Lo ascolto. Cerco una risposta.
Eppure è solo un uomo.
Occhi per guardare, bocca per parlare. Respira. Cammina. Pollice opponibile. Volontà, memoria e pensiero.

« Voglio diventare un uomo incommensurabilmente forte »

Ed è già una sfida, un confronto, è nella mia natura di egocentrico presuntuoso.
Come può un uomo, come lo sono anche io, farmi sentire così?
È qualcosa al di la del sensibile.
Lui conosce ciò che non si può insegnare.
E io non so null’altro che questo.

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La colazione dei campioni – Kurt Vonnegut

La cameriera mi servì un’altra volta da bere. E di nuovo fece per accendere la candela sul mio tavolo.
Glielo impedii.
“Ma cosa riesce a vedere nel buoio, con gli occhiali da sole sul naso?” mi chiese.

“Il grande Spettacolo all’interno della mia testa” risposi.

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Punti (in)fermi

Non è che siam cambiati.
Stiamo ancora cambiando.

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Rivelazione

Felicemente incomunicabile.
Trasformazione improvvisa di problemi esistenziali in motivi di gioia e vanto.
Incomunicabile.
Perché di comunicare, questa volta, non c’è alcun bisogno.
Compiere l’essere con il non essere.
Potenza che sovverte l’atto.
Non c’è soluzione, perché non c’è problema.

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Tettonica delle placche

« Tu, mio. »
Parlante come artista esecutore.
Contatto che è punto di rottura.
(S)composizione strutturale.
Scosse di assestamento.
Nascita di un nuovo ecosistema.
Evoluzione.
Dubbia attribuzione di connotazione positiva.
Diverso.
E tanto basta.

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Il passeggero oscuro

Esseri umani.
Lo fanno sembrare così facile. Legare con un altro essere umano.
È come se nessuno gli avesse detto che è la cosa più difficile del mondo.

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Comunicazione – Paul Cézanne

« Ho una sensazione lieve, ma non riesco ad esprimerla. Sono come uno incapace di usare la moneta d’oro in suo possesso. »

Paul Cézanne (1839, 1906) pittore francese.

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Incomunicabile / due.

È dall’impedimento che nasce l’ingegno.
È di fronte l’impossibilità che si attiva la volontà.
E il non riuscire non è una sconfitta, ma un incentivo.
Incomunicabile. E allora?
Arte, dell’incomunicabile sei figlia. E come figlia è tuo compito mettere in discussione il padre.
E allora comunica, se riesci.

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Incomunicabile / uno.

C’è qualcosa di assolutamente contorto in tutto questo.
Scriviamo in lingue diverse, strana pretesa voler comunicare.
E ancor di più mi sorprende l’insistenza delle missive.
Sintomo di desiderio di esser capiti e mai di capire.

È il destinatario, che è causa e fine, a render vano ogni tentativo.
Non c’è speranza, senza possibilità.
Non leggerai. E se leggerai, non capirai.

Non capirai.

Eppure eccole qua, pagine e pagine, che hanno un volto e un nome, il mio, inconciliabilmente distante dal tuo.

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