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Se la gente non facesse qualche volta cose stupide niente di intelligente sarebbe mai fatto – oppure – matti che leggono scritti di altri matti per poi scrivere altri scritti matti che saranno letti da altri matti

1.  «Il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.»

2.  «E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita.»

3.  «Che cosa designano le parole di questo linguaggio? – Che cosa, se non il modo del loro uso, dovrebbe rivelare ciò che designano?»

4.  «…che, per citare quello che m’è toccato sentire per anni e anni e che immagino anche tu abbia sentito mille volte, il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione. Eccetere eccetera. Te l’ha mai fatta la scena della scopa? No? E adesso cosa usa? No. Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.»

5.  «Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda, ordine? Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo segni, parole, proposizioni. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati.»

6.  «Non ci illumina, su questo punto, l’analogia tra lingua e giuoco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giuochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un giuoco e l’altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l’un l’altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo, ecc. E ora uno potrebbe dire: Per tutto il tempo costoro hanno giocato un gioco di palla attenendosi, ad ogni lancio, a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e – ‘make up the rules as we go along’? E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along.»

7.  «Quello che agli uomini appare ragionevole o irragionevole cambia. In certe epoche sembrano ragionevoli certe cose che in altre epoche sembrano irragionevoli.»

8.  «Ho un’immagine del mondo. È vera o falsa? Prima di tutto è il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire.»

9.  «Da certi eventi potrei essere messo in una situazione tale da non essere più in grado di continuare il vecchio gioco. Io sarei strappato via dalla sicurezza del gioco. Sì, non è ovvio che la sicurezza del gioco linguistico è condizionata da certi dati di fatto?»

10.  «Che cosa accade se lo sfondo grammaticale, da cui ricavavo i criteri per giudicare e agire, si appanna, manifesta una progressiva instabilità, va in frantumi?»

11.  «Nel momento in cui una certa forma di vita si incrina e conflagra, torna all’ordine del giorno, sia pure all’interno di un peculiare contesto storico, il problema di mettere in forma la vita come tale.»

12.  «Che  cosa avviene durante la transizione da una forma di vita alla successiva, nella zona grigia in cui la prima perdura a stento e la seconda somiglia ancora a un esperimento eccentrico?»

13.  «Portare in superficie il fondamento di un certo gioco linguistico, ipotizzando per un momento la sua assimilabilità al novero dei fatti empirici, è il solo modo in cui si può passare gradatamente a un gioco diverso, governato da un altro insieme di regole.»

14. La creazione (intesa come fissazione momentanea di un determinato modo dell’essere) o non creazione di una nuova forma di vita, a questo punto, non fa altro che ridursi a dipendere dalle possibili risposte a una semplice domanda.
Il soggetto che compie pubblicamente un’azione creativa chiede implicitamente che sia riconosciuta e accettata come nuova regola.
Bambino felice che si limita a domandare al suo compagno:

15.  «Allora, giochi o non giochi?»

Fonti varie:
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche
L. Wittgenstein, Della Certezza
P. Virno, Motto di spirito e azione innovativa
D.F. Wallace, La scopa del sistema
Yann Samuell, Amami se hai il coraggio

 

 

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La rivoluzione non è un lavoro a progetto

L’entità dello Spirito Assoluto consiste nel trapassare da una condizione d’esistenza naturalistica e passivamente subalterna a quella di una soggettività, che liberandosi da ogni coazione, sia da quella della natura che di ogni istituzione autoritaria umana, approfondisce sempre di più il potere e l’autonomia di se stessa come ragione universale. E che nel riconoscersi sempre più come libera autocoscienza trae solo da se stessa, in quanto soggetto razionale e universale, i criteri e i principi del proprio agire. Senza dimenticare che questo identificarsi dell’universale con l’autocoscienza può darsi solo attraverso lo spirito finito. Nel senso che è solo la persona umana che, superando il contenuto naturale e sensibile della sua vita e riempendola altresì di un contenuto e un interesse sempre meno individualistico, fa dello spirito universale, col farsi essa stessa universale, qualcosa che vive nella concretezza. Così la storia dello Spirito è la storia delle autocoscienze umane – cioè di quegli, tra gli uomini, che hanno conquistato la prospettiva dell’universale – e della loro inesauribile lotta, con tutte le istituzioni umane, culturali, politche e sociale, che costringono e impediscono l’universalizzarsi della liberà: fino a confliggere con la massa degli uomini che, chiusi nella loro esistenza egoistico-naturalistica e consegnati ai valori passivi della tradizione, resistono a ogni opera d’illuminazione. La filosofia, l’autocoscienza libera, deve essere volta cioè a esplicare l’incoerenza che si dà tra un’epoca e le forme, ormai inadeguate, perché più tradizionali – ma proprio per questo più diffuse – del modo in cui i più se la rappresentano e ne hanno coscienza. Di qui il carattere essenzialmente critico della filosofia. La sua natura consiste infatti nel superamento di tutto ciò che ha preceduto il momento presente e attuale dello spirito e nella disposizione a superare a sua volta il presente nel futuro.

Un parricidio mancato, Roberto Finelli

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La sedimentazione dell’autoritarismo

 Vedete, in casa mia avevano l’abitudine di rilegare le annate dei quotidiani.
Quando ero molto piccolo, mi arrampicavo sulla biblioteca di mio padre e tiravo giù questi libroni con i giornali rilegati di tutto un anno.
Mi ricordo che leggendoli mi domandavo: ma come facevano a non vedere?
Perché all’inizio c’era una quantità di gente, che poi sarebbe passata all’antifascismo e addirittura alla resistenza, che invece partecipava, diceva delle cose miti, dicendo: ma adesso tuttavia l’italia è ancora una democrazia e cose di questo genere.
Vedendo questi giornali mi sono fatto un’idea di come nasceva il fascismo, girando di fascicolo in fascicolo, di quotidiano in quotidiano io vedevo nascere il fascismo come se fosse un fumetto. Il secondo numero era più fascista del primo, il terzo era più fascista del secondo, il decimo era immensamente più fascista dell’inizio del volume. Alla fine dell’annata di giornali rilegati c’era il fascismo.

Quello era il periodo in cui la vera persuasione era intimidire, spaventare fisicamente. Adesso la vera persuasione è intimidire o spaventare psicologicamente. In modo che tu capisca che ne va della tua carriera, ne va del tuo futuro, ne va dei posti che potrai avere o non avere, vedi della gente molto premiata, ti vedi molto emarginato e scegli di stare dalla parte conveniente.

Furio Colombo, ex direttore de “L’Unità”

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Il rivoluzionario come artista creatore

Art does not reproduce what we see; rather, it makes us see.
Senza una connotazione di senso data da un identità consapevole, la realtà tutta si ridurrebbe a pura somma di entità indifferenziate. Sono le capacità di astrarsi dal reale e di caricarlo di potere simbolico che permettono di creare una relazione significativa (ovvero densa di significato) dove la realtà fattuale non la prevede.
L’arte ha quindi la funzione di uno stargate, di un collegamento tra due mondi. Uno, a noi inaccessibile, in cui ciò che è si limita ad essere, regno della materia immobile e indifferenziata; l’altro invece, quello che comunemente chiamiamo realtà, è il solo che siamo in grado di percepire, poiché non vediamo altro se non ciò che possiamo riconoscere.
Ciò che prima ci era invisibile, poiché situato nel mondo dei fatti privi di senso, diventa improvvisamente visibile una volta attraversato il passaggio, così come potenza che si fa atto.
È compito dell’artista quindi dare senso all’insensato cossicché gli orizzonti del nostro mondo si accrescano di nuova realtà inesplorata.
L’unica caratteristica “sine qua non” delll’artista è la capacità di creare mondi.
Art is either plagiarism or revolution.

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Pasolini – Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che, in realtà, è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori del “golpe”, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della CIA (e, in secondo ordine, dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista a tamponare il ’68 e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della CIA, si sono ricostituiti una verginità antifascista a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il Generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so.
Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile. Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera” del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora, il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere e, inoltre, non ha per definizione niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale, dunque, potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi, proprio per il modo in cui è fatto, dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale e inventore di storie potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso e, quindi, partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All’intellettuale profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien meno a questo mandato, viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici”; è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia, questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito Comunista Italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito Comunista Italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito Comunista Italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni, tra il Partito Comunista Italiano, inteso in senso autenticamente unitario in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti, e il resto dell’Italia si è aperto un baratto: per cui, il Partito Comunista Italiano è divenuto, appunto, un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà, le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però, in realtà, una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito Comunista Italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata – credo oggettivamente – cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza, gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E se l’intellettuale viene meno a questo mandato puramente morale e ideologico ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni?
È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono, a differenza di quanto farebbe un intellettuale, verità politica da pratica politica. E, quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto. L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso, in questo particolare momento della storia italiana, di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste sono categorie della politica, non della verità politica: quella che quando può e come può l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana. E lo faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. Naturalmente, attraverso la mia particolare ottica, che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi, non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico, non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento, deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente, se il potere americano lo consentirà, magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon, questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).
Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.

Pier Paolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974

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Progresso

Cquote1.png L’uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende dagli uomini irragionevoli. Cquote2.png
George Bernard Shaw

 

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Un uomo finito

«Credevo sul serio di essere l’unico spirito senza pregiudizi e senza paraocchi; senza falsità, sciocchezze e bestialità in testa; il solo capace di sbandire gli inganni e di buttar giù gli usurpatori; di spopolare l’intero walhalla dei vecchi dei e degli idioti moderni; di spogliare ogni cosa, ogni idea, dai ruffianeschi veli dell’abitudine, e della convenzione; di liberare l’umanità da tutte le obbrobriose servitù mentali che la impastoiano. Volevo liberare (cioè, secondo l’idea mia, aiutare) quelli stessi che disprezzavo e li disprezzavo appunto perché non eran liberi e appunto perché erano spregevoli volevo liberarli… Ma non volevo destarli colle buone e colle carezze: bensì squassandoli e pigliandoli per il petto e sbattendoli contro il muro perché dall’ira e dalla vergogna di quel rude risveglio venisse fuori uno scatto di energia, una mossa sdegnosa di virilità».

Giovanni Papini, scrittore e poeta italiano. (1881 – 1956)

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Pericolo caduta massi

Il passaggio dai venti ai trent’anni non avviene in maniera graduale.

Un po’ come un masso che si stacca dalla vetta e comincia a precipitare dritto su di noi.
La sua velocità di caduta aumenta per l’accellerazione di gravità in maniera graduale, ma il passaggio tra una testa intera e funzionante a un ammasso molliccio e confuso di sangue, ossa e materia grigia, ha ben poco di graduale.
Un attimo prima era lì, l’attimo dopo è ancora lì, ma in stato e forma del tutto inaspettate.
Ecco un diverso e simpatico campo di applicazione del « Niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma »
Che poi se sia un male o un bene io ancora non l’ho capito.

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Debolezze della teoria della specializzazione

« L’artista militante è un artista disinnescato: non essendo costui in grado di fronteggiare il tutto si fa vessillo ufficiale di una parte.
Ma l’artista autentico è sempre un dissidente, da se stesso coscritto. »

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Gay Pride – Roma

« Mi è sempre sembrata un po' inutile la disapprovazione dell'omosessualità. 
È come disapprovare la pioggia. »

Francis Maude, politico inglese.

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Incontri con uomini straordinari – Erri De Luca

Un uomo grande.
Forse più di un  uomo.
Mi viene in mente il termine “mahatma”, grande anima, perché è questa la sensazione che si prova a stargli accanto.
Guardo quest’ometto, smilzo e traballante e io, che sono la persona più presuntuosa che conosco, mi sento piccolo piccolo, oppresso da qualcuno che è molto più dello spazio che occupa e molto più dell’aria che consuma.
Guardo con più attenzione. Lo ascolto. Cerco una risposta.
Eppure è solo un uomo.
Occhi per guardare, bocca per parlare. Respira. Cammina. Pollice opponibile. Volontà, memoria e pensiero.

« Voglio diventare un uomo incommensurabilmente forte »

Ed è già una sfida, un confronto, è nella mia natura di egocentrico presuntuoso.
Come può un uomo, come lo sono anche io, farmi sentire così?
È qualcosa al di la del sensibile.
Lui conosce ciò che non si può insegnare.
E io non so null’altro che questo.

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La colazione dei campioni – Kurt Vonnegut

La cameriera mi servì un’altra volta da bere. E di nuovo fece per accendere la candela sul mio tavolo.
Glielo impedii.
“Ma cosa riesce a vedere nel buoio, con gli occhiali da sole sul naso?” mi chiese.

“Il grande Spettacolo all’interno della mia testa” risposi.

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Identità

« Se ti ancori ad un identità è perché hai rinunciato a vivere ».

P. Apolito, antropologo 

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Noi antidemocratici

Noi antidemocratici non idealizziamo l’antidemocrazia, noi critichiamo la democrazia reale quando cade in contraddizione. Le sue truffe, i suoi modi affettati e subdoli, ci irritano. In quanto ad onestà, preferiamo una sincera dittatura. Ai nostri spacciatori di fiducia (di antiemetici) s’illuminano gli occhi quando il club privé mediatico, palesando tali truffe con la sfrontatezza di un volo Albenga-Roma, ci provoca l’ennesima crisi di nausea violenta.

Noi liberali antidemocratici malsopportiamo la tirannìa della maggioranza, e critichiamo le belle favolette democratiche con le argomentazioni di Stuart Mill, di Rousseau, di Nietzsche, degli elitisti del primo Novecento. Ma nessuno ci ascolta, anzi la grancassa mediatica ci sovrasta col suo ritmo monòtono, banale, martellante. “La democrazia rappresentativa è il migliore dei sistemi possibili”, ci ripetono. Sistemi? Veramente sono le 3 del mattino, e volevo solo scolarmi mezza bottiglia di Cabernet al parchetto del mio quartiere senza subir noie per qualche ordinanza comunale dagli esiti illiberali e grotteschi.

Noi relativisti antidemocratici proprio non capiamo quale debba essere, nella testa di molti commendevoli politici, giornalisti e burattinai mediatici di altra risma (che dirigono con spietati agenda setting gli argomenti quotidianamente diffusi dai media) il significato di “sistema migliore”; certo è che loro si sono ben sistemati. E noi li ascoltiamo ogni giorno, sino al momento del voto, per eleggere un’altra oligarchìa (mascherata da rappresentanza democratica) cui eventualmente affiliarci. Che tartuferìa! Persino Hitler era più onesto e ti ordinava di portare un simbolo di riconoscimento, magari un tatuaggio.

Noi nichilisti antidemocratici siamo privi di ideali, e non vediamo alcun vantaggio (se non quello, psicologico, della speranza, che nulla ha di razionale e che è – aveva ragione Monicelli – “una parola vuota”) nel perseguirne uno, perlomeno se nel far ciò non riusciamo, entro il breve tempo della nostra vita singola, a vederla prendere una direzione che ci aggrada. Chessò, verso un pub.

Noi aristocratici antidemocratici siamo scettici di fronte al suffragio universale, concesso con leggerezza e lasciato in balìa dell’emotività, della pubblicità, dell’irrazionalità quando non del becero clientelismo. Regalereste una penna ad un analfabeta senza la minima garanzia che l’userà per imparare a scrivere? Poi non vi lamentate se, svitandone l’interno, ne farà una cerbottana, dato che quindici anni di televisione lo hanno convinto che la scrittura è deprecabile.

Noi guerrafondai antidemocratici preferiamo una guerra legittima ad un’illegittima finta pace, e non siamo soliti chiamare “terrorista” un partigiano per il solo fatto che è Talebano. Collezioniamo tutti i “se” e i “ma” scartati da coloro che pretendono di condannare la violenza “senza se e senza ma”. Come gli antichi Greci, giustifichiamo il tirannicidio; come gli anarchici, giustifichiamo la demolizione di una democrazia che non rispetta i suoi presupposti; come la Regina di cuori di Alice, vorremmo vedere mozzar teste, ché tanto le Idre parlamentari ne han da vendere, e infatti ultimamente si vendono assai bene.

Noi antidemocratici, veri liberali, estremi relativisti, nichilisti inguaribili e non-nonviolenti dallo spirito aristocratico siamo da tempo esclusi da qualunque dibattito; emarginati ed ostracizzati, giacché non ci allineiamo alle schiere del popolo democratico e non crediamo alle sue favolette. Ma verrà presto il tempo in cui le contraddizioni di questa truffa chiamata democrazia impediranno di averne ancora fiducia. Allora i problemi saranno sì gravi che, come aveva previsto Nicolás G. Dávila, non varrà una moltitudine di inetti a risolverli. E noi? Noi saremo pronti per comandare.

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Enrico Brizzi – Jack Frusciante è uscito dal gruppo

« Voglio dire: e i cazzi di sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo? .. Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità. (…) Cioè uno dei fini ultimi è questa cavolo di serenità martoriata. E allora perché dovrei sacrificare i momenti di serenità che mi vengono in contro spontaneamente lungo la strada? La realtà è che mi trovo costretto a sacrificare il me diciassettenne felice di oggi pomeriggio a un eventuale me stesso calvo e sovrappeso, cinquantenne soddisfatto. »

« Comunque, no, mica piange. Ha solo gli occhi un pochino lustri per via dell’enorme velocità, è chiaro. Okay. È anche perché quel figlio di puttana del piccolo principe ha addomesticato la volpe. E poi, forse, perché magari sta pensando che dei due pirati, adesso, qualcosa è come stesse andando un po’ via per sempre. Sapete come ragionano certi ciclisti sentimentali, alle volte. Magari sta giusto pensando che determinate cose, nella vita dell’Uomo, possono succedere una volta sola. Sì, insomma, potrebbe farlo. »

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