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Un istrionico-oppure-La vera storia di Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin-oppure-L’uomo da Mosca

Ignora ogni distinzione tra bene e male, è totalmente privo di senso morale: è perverso, guidato dal puro piacere della trasgressione fine a se stessa. Tutto per lui diventa lecito: profana, oltraggia, corrompe senza grandiosità, senza slancio: interiormente pigro, arido, incapace di calore, di entusiasmo, è insieme spietato, crudele, sfrontato. Alla radice di ogni suo gesto c’è ambiguità, falsità, impostura. Un immenso serbatoio di energie, una forza sconfinata, incapace tuttavia di determinare la direzione verso cui muoversi: dunque destinata all’inerzia, alla disgregazione, alla distruzione. Sì, la sigla di ogni suo atto, di ogni suo rapporto è la distruzione: gli uomini e le donne che subiscono la sua influenza si perdono, si uccidono o sono uccisi, vengono comunque risucchiati dal malefico gorgo del suo fascino indifferente.
La tentazione del male è sempre in agguato sulla soglia della sua coscienza, e non trova resistenza, mai: è un demonio piccolo piccolo, saltellante, in fondo neppure spaventoso, neppure terribile.

Nella sua vita quattro donne, ma nessun amore.
Istrionico in ogni gesto, non riesce a reggere alcun rapporto che lo leghi: si vergogna dell’assurdo matrimonio con Marja, la disconosce pubblicamente e acconsente con indifferente disinvoltura al suo assassinio; Liza è un capriccio, un barlume di amore che si spegne subito; Marie è una cinica distrazione; Dasa è invece una presenza silenziosa, materna, discreta, attenta, che soffre della sua aridità e sa mantenergli un calore e una disponibilità che alla fine tutti gli negano.
E tuttavia ha idee grandiose, è capace di suscitare straordinari slanci di fede, di creare adepti pronti a sacrificare tutto per lui, ma poi lui stesso si ritira, lui stesso non sa o non vuole credere.
E il suo percorso non può che concludersi con il gesto più assoluto di distruzione di sé, con il suicidio.

Riarrangiamento dell’introduzione di Fausto Malcovaldi a “I Demoni” di Fëdor Dostoevskij

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Fame chimica-oppure-Incipit di un romanzo giovanile-oppure-La vera storia di Norman Bombardini

2014 – Inverno romano

Tom ascolta tutta la storia in silenzio, come al solito; è uno che per affrontare un problema ha bisogno di aver prima chiari tutti gli elementi, il rischio, per lui, è roba per chi se la può permettere.
Solo quando tutto è stato detto alza gli occhi dal bicchiere — Si ma questo non spiega perché l’ha fatto.

In risposta l’istintiva tracotanza di chi è convinto di dover sempre star a spiegare a tutti l’ovvio, persino a Tom — E io perché lo faccio? Per il potere, che altro sennò?

Finisce a lenti sorsi il suo rum liscio.
A guardarlo così mi torna in mente da ragazzo. Già allora, mentre noi il rum lo bevevamo alla goccia, lui lo sorseggiava, bicchiere dopo bicchiere.
Non è cambiato e non lo sono nemmeno io e lui lo sa benissimo — Dai Marc, lo sai anche te che il potere fine a se stesso non è una spiegazione. Tu non vuoi il potere, vuoi il caos. Tu veneri il caos. Il potere è solo un passaggio necessario, ti serve solo per immolarlo al caos. Quanto più potere, tanto più caos.
Ma lei non è come te, lei lo odia il caos.

Ha sempre tutto fottutamente chiaro quel figlio di puttana, scommetto che Dio in persona gli ha affidato il compito di tenere in ordine i libri contabili dell’universo.
Messo alle strette arrivo al punto e dico l’unica cosa importante che avevo da dire — E va bene, hai ragione, lei venera soltanto se stessa, ma a conti fatti è lo stesso. Per farlo ha comunque bisogno del potere. Quanto più potere, tanto più grande la sua immagine di sé.
Un mostro che divora e consuma tutto ciò che gli sta attorno e, quando ogni cosa è distrutta, si sposta e ricomincia da capo.
Forse è vero, non è esatto dire che lo fa per il potere, lo fa per fame, come quel tizio nella Scopa del Sistema e io col cazzo che voglio finire mangiato!

Continua nel Capitolo Due

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