Capitolo sette-oppure-Limiti-oppure-20000 Mila Leghe Sotto i Mari

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Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre
Capitolo Quattro
Capitolo Cinque
Capitolo Sei

2013 – Roma, una camera da letto, la loro.

— Mi sopporti, questo è già più di quanto riesca a fare chiunque altro. E a dirla tutta non solo mi sopporti, ma mi conosci, e, nonostante questo, mi ami.

Jun non poteva spiegarsi come Marc riuscisse ad essere sempre così umano e così mostruoso allo stesso tempo.

— Insomma, in sintesi, stiamo insieme soltanto perché ti sopporto? L’unico motivo che riesci a trovare per giustificare due anni insieme è che “Io ti sopporto”??

Marc riesce a leggere chiaramente il susseguirsi di emozioni sul viso di Jun. Potrebbe classificarle una ad una, leggere ogni minima flessione nel suo sguardo, ma per quanto si sforzasse, non riusciva a sentirle come sue.
Peccato che ciò che non riusciva a fare fosse tutto ciò che Jun volesse da lui.

Riuscì a dire solo — Sai benissimo che è più complicato di così.

Vederla soffrire era l’unico momento in cui riusciva ancora a provare una piccola emozione. Il dolore così manifesto di quella creatura così fragile e piena d’amore gli sbatteva in faccia tutta l’ingiustizia dell’intero mondo. Sapeva di esser parte di quell’ingiustizia, ma non riusciva a farci niente.

— E certo! Quando si tratta di te è tutto complicato, non hai mai un cazzo di normale tu. Ci sei tu e il tuo modo di essere e l’universo intero deve farci i conti. E le persone che ti stanno intorno? Ed io? Se non ti importa di niente e di nessuno che cazzo ci stai a fare con me? Vattene! Rinchiuditi nella grotta più buia del pianeta e marciscici tu, la tua mente geniale e la tua unicità del cazzo.

Mentre la guardava urlare e piangere disperata non poteva fare a meno di chiedersi come riuscisse a provare tutto quel cumulo di emozioni tutte in una volta.
Forse questo era un altro motivo per cui stava con lei.
Jun riusciva a fare con estrema facilità l’unica cosa che a lui era preclusa.
Avrebbe potuto dirglielo, ma cosa sarebbe cambiato? Non erano altre spiegazioni pragmatiche quelle che voleva da lui.

Disse quello che diceva ogni volta — Mi dispiace, Jun.

To be continued…

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Il solito Incrocio-oppure-Corri Ancora-oppure-Capitolo Sei

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Capitolo Uno
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Capitolo Cinque

2013 – Notte fonda a Roma Sud

Eccoli che percorrono gli ultimi cento metri prima che la notte finalmente li divida.
Fanno più schifo del solito, ma bisogna concederglielo, d’altronde sono in giro in bicicletta da questa mattina. Sono stremati ma, come sempre, se ne fregano alla grande.
A breve uno di loro proseguirà dritto, l’altra girerà a sinistra. Nel farlo si volteranno a guardarsi e si sorrideranno senza dire una parola. È così che funziona tra loro: è negandosi i banali gesti d’affetto socialmente ritualizzati che riescono a godere a pieno dei rari attimi di intimità che si concedono. Un gioco sadico fatto di attese infinite e privazioni continue.
Arrivati a questo punto nella testa di Marc succede sempre la stessa cosa.

— Ti prego, fa che si fermi e che mi dica di non volersene andare. Mi basta uno sguardo che si attardi anche solo un secondo di troppo, un cenno, una parola. Mi va bene anche che continui a pedalarmi accanto senza dire niente, mi andrebbe bene anche poter continuare a guardare soltanto la sua ombra  proiettata sull’asfalto come se vittima della stessa maledizione di Orfeo.
Quando sarà la prossima volta? Cristo iddìo non far passare un’altra notte. Regalami solo un secondo, lasciati respirare il tempo minimo per non farmi impazzire.

Marc non era bravo con le attese, ma questo scontro di forze in cui lei lo costringeva era contemporaneamente la sua più grande sofferenza e la sua più grande gioia.
Tanto più lei si sottraeva, tanto più cresceva la smania di lui. Non era mai riuscito a sentirsi così vivo.
La voleva così come gli assetati desiderano l’acqua, ma non poteva allungare la mano e prenderla, queste erano le regole, pena la fine del gioco.
E allora Marc aspettava, tendeva ogni fibra del suo corpo nel disperato intento di cogliere nelle vibrazioni di Lenore il momento giusto per avvicinarla. Il loro era un ballo estremamente sofisticato dove il minimo errore poteva distruggere irreparabilmente gli equilibri e costringerli a ricominciare da capo. La comunicazione continua tra i loro corpi era invisibile a chiunque altro e di una complessità inaccessibile anche al più erudito dei semiologi.

Quella notte però non furono necessari semiologi. Quando Marc si voltò convinto di trovare il sorriso di Lenore che si allontanava si trovò di fronte il più chiaro dei segni: Lenore era ferma sullo spartitraffico al centro dell’incrocio e lo guardava.

Continua nel Capitolo Sette

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Capitolo cinque-oppure-Vi presento Jun Rail-oppure-Storia di un ipersensibile e del suo contrario

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Capitolo Uno
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Capitolo Tre
Capitolo Quattro

2011 – Roma, durante le proteste universitarie

Chi non prende niente sul serio, non rischia mai di rimanere ferito, è una cosa che ha imparato quando era ancora un ragazzino.
La vita è un gran casino imprevedibile, non puoi far affidamento su niente e per quanto si possa pianificare ci sarà sempre qualcosa che andrà storto; speranze, legami e aspettative sono momentanee illusioni che si rischia sempre di pagare molto care, verrà sempre la realtà a bussare alla nostra porta e non farà sconti. È solo questione di tempo.
Marc appunto, aveva imparato a non farsi fregare. Quello che aveva oggi, sapeva che avrebbe potuto perderlo domani e non se ne crucciava, viveva alla giornata godendo di ogni cosa nel suo immediato. Niente e nessuno nella sua vita potevano diventare necessari, perché nel momento in cui li avesse persi il colpo lo avrebbe distrutto.
Era questa per lui la felicità, evitare con estrema attenzione ogni possibile fonte di infelicità. Essere intoccabile, immune ad ogni forma di perturbazione.
Anche la sua felicità aveva un prezzo, sia chiaro, ma Marc lo pagava volentieri.

Jun, come tutte le altre prima di lei, soltanto dopo esser rimasta irretita da quest’uomo così particolare aveva cominciato a capirlo sul serio: Marc non provava niente. Non solo non provava niente per lei, ma non provava niente per nessun altro, Marc non era in grado di provare emozioni.
Jun non avrebbe potuto sopportare di vivere con un uomo che non l’amasse, ma poteva sopportare invece di vivere con uomo che non fosse capace di amare niente e nessuno. Non era lei il problema, era lui, e questo le bastava. Infondo, a modo suo, Marc le voleva bene.

Continua nel Capitolo Sei

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Un istrionico-oppure-La vera storia di Nikolaj Vsevolodovič Stavrogin-oppure-L’uomo da Mosca

Ignora ogni distinzione tra bene e male, è totalmente privo di senso morale: è perverso, guidato dal puro piacere della trasgressione fine a se stessa. Tutto per lui diventa lecito: profana, oltraggia, corrompe senza grandiosità, senza slancio: interiormente pigro, arido, incapace di calore, di entusiasmo, è insieme spietato, crudele, sfrontato. Alla radice di ogni suo gesto c’è ambiguità, falsità, impostura. Un immenso serbatoio di energie, una forza sconfinata, incapace tuttavia di determinare la direzione verso cui muoversi: dunque destinata all’inerzia, alla disgregazione, alla distruzione. Sì, la sigla di ogni suo atto, di ogni suo rapporto è la distruzione: gli uomini e le donne che subiscono la sua influenza si perdono, si uccidono o sono uccisi, vengono comunque risucchiati dal malefico gorgo del suo fascino indifferente.
La tentazione del male è sempre in agguato sulla soglia della sua coscienza, e non trova resistenza, mai: è un demonio piccolo piccolo, saltellante, in fondo neppure spaventoso, neppure terribile.

Nella sua vita quattro donne, ma nessun amore.
Istrionico in ogni gesto, non riesce a reggere alcun rapporto che lo leghi: si vergogna dell’assurdo matrimonio con Marja, la disconosce pubblicamente e acconsente con indifferente disinvoltura al suo assassinio; Liza è un capriccio, un barlume di amore che si spegne subito; Marie è una cinica distrazione; Dasa è invece una presenza silenziosa, materna, discreta, attenta, che soffre della sua aridità e sa mantenergli un calore e una disponibilità che alla fine tutti gli negano.
E tuttavia ha idee grandiose, è capace di suscitare straordinari slanci di fede, di creare adepti pronti a sacrificare tutto per lui, ma poi lui stesso si ritira, lui stesso non sa o non vuole credere.
E il suo percorso non può che concludersi con il gesto più assoluto di distruzione di sé, con il suicidio.

Riarrangiamento dell’introduzione di Fausto Malcovaldi a “I Demoni” di Fëdor Dostoevskij

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Mai tristi, mai stanchi, mai colpevoli-oppure-Ognuno ha il mondo che si merita-oppure-Capitolo quattro

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Capitolo Uno
Capitolo Due
Capitolo Tre

2013 – Il centro del mondo

Due biciclette legate lungo la riva del lago si godono un meritato riposo; le catene, unte di grasso giusto questa mattina, sono ormai ricoperte di polvere e terra.
Non lontani, invece, i due ciclisti si rincorrono ancora, nessuno dei due vuole essere il primo a mollare.
Marc non è ancora stanco, ma vede chiaramente che a tener su Lenore è rimasto soltanto l’orgoglio: quella ragazzina presuntuosa si farebbe venire un infarto piuttosto che dargliela vinta.
Dopo l’ennesimo ruzzolone nell’erba finge di non farcela più e, afferrata Lenore per un braccio, se la tira dietro. Non ha alcuna intenzione di finire la serata all’ospedale per colpa della sua testa dura.
E poi sono ore che ha una voglia matta di starle vicino.

A pancia all’aria guardano le nuvole continuare il loro gioco — Le vedi Marc? Loro mica si fermano mai. Anche quando si raggiungono, sono sempre pronte a separarsi per ricominciare da capo.
Lo dice con così tanta ingenuità e leggerezza che Marc non riesce a capire se sta parlando della loro relazione o soltanto delle nuvole, decide di restare neutrale — D’altronde è piuttosto semplice quando sei una nuvola no?

Lenore sta esplorando con le dita una ad una le rughe delle mani di Marc, si sofferma a lungo sulla sua cicatrice, ma passa oltre senza fare domande.
Lui è un po’ che la fissa senza farsi notare — Polvere e sudore sono ingredienti fondamentali della bellezza.
Gli scappa dalla bocca senza volerlo, non è bravo a tenersi in testa quel che pensa.
Lenore si gira e lo scruta, incuriosita dal suo strano modo di rompere un lungo silenzio. 
Dopo avergli attentamente letto negli occhi gli lancia un sorriso di quelli che solo i bambini riescono a fare.
Marc accusa il colpo, qualcosa dentro di lui va in frantumi — E tu sei un ingrediente fondamentale per la mia felicità.
Quel cretino l’ha fatto di nuovo, deve aver perso totalmente il controllo: il gioco per lui è finito, non ci sono più strategie.
Lenore capisce che non ha più nulla da temere e accorcia, rotolando nell’erba, la poca distanza che ancora li separava.
Gli si stringe addosso — Non mi va più di giocare a fare la nuvola.

Continua nel Capitolo Cinque

Senza titolo

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Capitolo tre-oppure-Tossici-oppure-Il contrattacco

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Capitolo Uno
Capitolo Due

2016 – Una camera d’albergo a Trento

Marc è in preda all’ennesimo sbalzo d’umore, sta giocando con la testa di Lenore con quel cinismo e quella perversione che lo contraddistinguono. È un maestro nel manipolare la realtà e nel creare mondi paralleli, un uomo pericoloso, specialmente per lei — I soggetti affetti da disturbo narcisistico della personalità presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali e che li facciano sentire tali, manipolano gli altri al solo fine di accrescere l’immagine di se stessi, presentano l’aspettativa che tutto sia loro dovuto, sono incapaci di occuparsi di altri al di fuori di se stessi o di provare empatia…
Alza gli occhi dal foglio e cerca con aria di sfida lo sguardo di Lenore — Vuoi che continui a leggere o ti basta così? Che potresti trovare meglio di un artista pazzo e visionario che non vede l’ora di idealizzare qualsiasi cosa gli si para di fronte?

I mondi fantastici in cui ama vivere e la schifosa realtà che tanto disprezza stanno collassando uno sull’altra sotto gli incessanti colpi di Marc.
Lenore comincia finalmente a realizzare di essere intrappolata in quell’intreccio malsano che è quello tra la sua malattia e quella di lui, vorrebbe scappare di nuovo, ma ormai ha capito che finisce sempre col ritornare — Perché anche quando fai così non riesco ad odiarti?
Occhi languidi, sguardo intenso, lascia che un filo d’aria passi tra le labbra socchiuse, lo guarda come se lui fosse la cosa più importante al mondo.

Marc non molla, l’ha già visto succedere centinaia di volte e sa perfettamente che cosa lei sta cercando fare, è stufo di essere usato come cassa di risonanza per accrescere il suo ego — Sono un istrionico, sono il migliore nell’idealizzare fatti, persone,sentimenti e situazioni. Sei un narciso, non puoi fare altro che farti irretire da questi mondi in cui tutto è più di ciò che realmente è, tu compresa. Non sei speciale, sono io a renderti tale, e tu ne hai un fottuto bisogno! Sei come un tossico in cerca di una dose, ed io sono la roba che ti fa sballare di più.
Fa una pausa senza smettere di fissarla, ha tutte le intenzioni di soffiare via il suo castello di carte e non vuole perdersi lo spettacolo.
— Ti presenti qui, fai la solita recita e aspetti, sicura che poi sarò io a fare tutto il resto.
Quando il tuo ego si è nutrito abbastanza, giri i tacchi e te ne vai come se niente fosse, per poi tornare appena la tua vita ricomincia a sembrarti banale.
Sorride della sicurezza di chi ha finalmente capito tutto e può passare al contrattacco.
— La realtà è che senza di me non esisti, tutta la tua fottuta vita si ridurrebbe ad un merdoso disturbo della personalità!

Lenore guarda altrove, nessuna emozione sul suo volto, non una parola dalle sue labbra. Potrebbe continuare a gridare per ore senza ottenere alcun risultato. Per Marc è l’ennesima battaglia persa, voleva vederla crollare, ma a quanto pare il castello era ben più solido della carta.
Poco male, sa che in ogni caso è finalmente riuscito a vincere la guerra.
Si alza in piedi e le getta in grembo il suo primo romanzo, ancora inedito; uscendo, si chiude la porta alle spalle.

Continua nel Capitolo Quattro
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Toc Toc-oppure-Capitolo due-oppure-La vera storia di Lenore Beadsman

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Capitolo Uno

2020 – Una sabato sera qualsiasi

Lenore sbatte il piede sul comodino, non un lamento, solo una goccia d’acqua salata si prende la libertà di venir giù per le guance, ma non prima però che la rabbia le abbia fatte del color delle pesche mature. Lei l’asciuga subito furtiva, anche se non la sta guardando nessuno. Non è una che piange e ci tiene a ricordarlo prima di tutti a se stessa.
Per l’urto cadono a terra i due libri che erano in bilico sul comodino.
Il dolore la costringe a guardarsi attorno: fredda materia immobile ed oggetti privi di valore.

Ogni volta che vede le cose per quel che sono ripensa a Marc, alla sua capacità di giocare con la vita e colorare la realtà. Le piaceva guardare il mondo coi suoi occhi e ancor di più le piaceva come i suoi occhi dipingevano lei. Se la natura aveva il merito di averla fatta bella, era soltanto negli occhi di Marc che poteva sentirsi una dea.
Scruta i libri sul pavimento e gli grida contro come se quei poveretti avessero le orecchie — I fatti sono soltanto fatti!
Sono i libri che ha scritto Marc, mondi meravigliosi dove esistono soltanto momenti irripetibili e personaggi leggendari. Ogni gesto è assoluto, ogni bacio il più appassionato, ogni battuta regge le sorti dell’intero universo, libri in cui non esistono fatti, ma solo significati, libri che la tormentano perché lei continua a riconoscersi in ogni pagina.

Continua nel Capitolo Tre
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Fame chimica-oppure-Incipit di un romanzo giovanile-oppure-La vera storia di Norman Bombardini

2014 – Inverno romano

Tom ascolta tutta la storia in silenzio, come al solito; è uno che per affrontare un problema ha bisogno di aver prima chiari tutti gli elementi, il rischio, per lui, è roba per chi se la può permettere.
Solo quando tutto è stato detto alza gli occhi dal bicchiere — Si ma questo non spiega perché l’ha fatto.

In risposta l’istintiva tracotanza di chi è convinto di dover sempre star a spiegare a tutti l’ovvio, persino a Tom — E io perché lo faccio? Per il potere, che altro sennò?

Finisce a lenti sorsi il suo rum liscio.
A guardarlo così mi torna in mente da ragazzo. Già allora, mentre noi il rum lo bevevamo alla goccia, lui lo sorseggiava, bicchiere dopo bicchiere.
Non è cambiato e non lo sono nemmeno io e lui lo sa benissimo — Dai Marc, lo sai anche te che il potere fine a se stesso non è una spiegazione. Tu non vuoi il potere, vuoi il caos. Tu veneri il caos. Il potere è solo un passaggio necessario, ti serve solo per immolarlo al caos. Quanto più potere, tanto più caos.
Ma lei non è come te, lei lo odia il caos.

Ha sempre tutto fottutamente chiaro quel figlio di puttana, scommetto che Dio in persona gli ha affidato il compito di tenere in ordine i libri contabili dell’universo.
Messo alle strette arrivo al punto e dico l’unica cosa importante che avevo da dire — E va bene, hai ragione, lei venera soltanto se stessa, ma a conti fatti è lo stesso. Per farlo ha comunque bisogno del potere. Quanto più potere, tanto più grande la sua immagine di sé.
Un mostro che divora e consuma tutto ciò che gli sta attorno e, quando ogni cosa è distrutta, si sposta e ricomincia da capo.
Forse è vero, non è esatto dire che lo fa per il potere, lo fa per fame, come quel tizio nella Scopa del Sistema e io col cazzo che voglio finire mangiato!

Continua nel Capitolo Due

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Il Profumo

Sogno o son desto?
Alle luci dell’alba delle immagini e dei suoni della notte non resta che una memoria sbiadita.
Delle carezze non resta traccia sulle carni lavate dalla pioggia del mattino.
Del sapore invece resta solo l’amaro del rimpianto di ciò che non siamo riusciti a tenerci stretto.

Il profumo invece è ancora lì, attaccato alle cose, per ricordarci che non abbiamo sognato.

Profumo - Storia di un assassino

Profumo – Storia di un assassino

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La migliore offerta – Giuseppe Tornatore

Se non avete visto il film la lettura della “recensione” potrebbe risultare non chiarissima, ergo, vedetevelo.
Detto ciò, ricapitoliamo:
Lui è un personaggio pubblico, al centro del mondo e circondato da persone, ma non si è mai relazionato in tutta la sua vita con un altro essere umano se non in maniera superficiale e asettica.
Lei è nascosta in una stanza chiusa dall’interno, perennemente sola, talmente terrorizzata dal mondo esterno da vivere confinata in un meraviglioso mondo privato su cui nessun altro può posare lo sguardo.
Nella loro antinomia i due si assomigliano e non capendosi si capiscono.
Lui decide di guarirla, probabilmente perché vede in Lei se stesso da giovane e non vuole vederla fare i suoi stessi errori.
Con molta fatica, tra litigi e rappacificazioni, incazzature leggendarie e gesti d’affetto, portando con sé un pezzo di realtà alla volta, Lui riesce non solo ad entrare in quel mondo, ma a portare Lei fuori da se stessa.
E ovviamente guarendola finisce anche col guarirsi, per salvarla ha dovuto prima salvarsi. Se non si fosse lasciato toccare veramente, se non si fosse sporcato le mani, se non si fosse avventurato in quel terreno “pericolosissimo” quale è quello delle relazioni umane, lei non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire e tantomeno l’avrebbe fatto entrare.
Ed eccoli, dopo “aver affrontato quel salto che mette a rischio molto più delle gambe”(vedi Appunti sulla Melodia delle Cose, R.M.Rilke), che si incontrano a mezz’aria, non più monadi, ma nuova e miracolosa soggettività bi-individuale.
Sarebbe tempo del lieto fine, ma si sa, quello nei film di Tornatore non arriva mai del tutto. Saro Scordia ce l’ha detto chiaramente nel 2007 e Tornatore sembra essere pienamente d’accordo:

« Nella vita ci sono il dolce e l’amaro, io dico che bisogna prenderli tutti e due »

E solo assaggiando l’amaro si può capire che il vero nucleo del film è nell’affermazione di Virgil sull’arte ed è su questo piano che si giocherà il resto della partita

« In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico »

(Impossibile, a mio parere, non vedere in questa frase un mal celato rimando a F come Falso di O.Wells, come a volerlo tirare in ballo per ripicca, citandolo senza citarlo, come a fargli pagare il gran rifiuto che Tornatore aveva ricevuto durante le riprese di Nuovo Cinema Paradiso e che dubito sia riuscito a mandar giù).

Insomma, Lei era lei, ma non era veramente Lei, o forse era Lei e non lo era allo stesso tempo, vallo a sapere. 
E se Lei non era Lei, adesso chi è Lui? Se la sua soggettività si è modellata su quella di Lei, come fanno gli ingranaggi nel corso del tempo, e se Lei non era veramente Lei, è evidente che anche Lui non possa più essere Lui, a meno che non sia disposto ad essere un Falso Lui…e avanti all’infinito con le antinomie inesplicabili.
Virgil e l’amore che prova esistono e non esistono allo stesso tempo e se si prova a sciogliere l’enigma c’è da diventarci pazzi, letteralmente.
Una volta entrati nel paradosso del mentitore non se ne esce, è semplicemente impossibile stabilire cosa sia vero e cosa sia falso.
Ma il bello è proprio qua, la soluzione dell’enigma non sta nel risolvere il paradosso (d’altronde è impossibile), ma nel rendersi conto che nel paradosso ci siamo sempre stati fin dall’inizio.
Prendiamo Ritratto di Fanciulla di Petrus Christus citato nel film, è l’originale o un falso? Se si crede che sia un falso, sarà un falso, se si crede che sia l’originale, sarà l’originale, è tutto determinato dalla risposta ad una semplice domanda: in che cos’è che voglio credere? La falsa credenza di conoscere la verità, di poter contare su un originale non sono altro che illusioni, fin dall’inizio. D’altronde anche il quadro in questione, nel film, gode di una duplice identità opposta e contemporanea, è un falso, per l’intera comunità dei critici d’arte, ed è l’originale, per Virgil.
Certo, Virgil, grande esperto, ci dice che è l’originale, ma potrebbe essersi sbagliato, non esistono prove del nove, la verità (e la stabilità) della sua esistenza sono strettamente determinate dall’intensità delle sue convinzioni, sono quelle a fare il grosso del lavoro, sui quadri come in ogni cosa della vita. E se anche potessimo essere certi, senza ombra di dubbio, che sia proprio l’originale, che succederebbe se nessun altro oltre a Virgil dovesse crederci?
Ed eccoci finalmente al finale, Virgil capisce che il gioco era truccato in partenza e fa l’unica cosa possibile per far collassare su se stesso il labirinto dove si era cacciato, torna a credere in qualcosa. Sceglie, decide, costruisce la verità del suo mondo. Vero, falso? Non è dato sapere (e non ha importanza). Tornatore non ci da nessuna garanzia, se non il fatto che Lui ci creda.

« Il signore è solo? »
« No, aspetto una persona »

Allargamento dell’inquadratura, dissolvenza. Fine.

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Del negoziare il sesso e le relazioni

Al di là del Buco

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Mi mostro nuda, in piedi, a testa alta, perché tu possa eccitarti per la mia forza. Perché abbia appeal un altro modello di donna. Perché ne ho abbastanza di dover fare finta d’esser madre quando ti aggrappi ai seni, o di dover fare finta d’essere fragile perché ti eccita l’idea di proteggermi. Vorrei piacerti senza lacrime, non da madonna, santa, martire, vittima. Vorrei piacerti solida, intera, autodeterminata. Vorrei tu mi scopassi eccitato all’idea che io non ho bisogno di te. Sono qui perché ti ho scelto. Sono qui perché lo voglio. E se non voglio me ne andrò via esattamente così come sono arrivata.

Vorrei mordessi quella parte di me che vuole riaffermarsi senza vincoli. Vorrei che ti eccitassi della mia eccitazione, quella vera, sapendo che se non mi ascolti non potrai mai scoprire quel che devi toccare, afferrare, baciare. Vorrei che mi leccassi quando ti insegno qualcosa, perché saperne…

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Incomunicabile/tre

Cerco di tappare con l’inchiostro il punto di fuga tra teoresi e prassi, ma c’è poco da fare, il rubinetto continua a perdere.
Equipe di psichiatri dove basterebbe un idraulico.
Non costruzione mediata di gesti adeguati, ma fuoco vivo che ha già tutto in sé e non ha niente da imparare.
Non pensiero simbolico che necessita di spiegare, ma macchina desiderante produttrice di vitalità.
È solo questione di desiderio e non si può insegnare.

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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Primavera

Su un balcone romano, in un vaso di terra non seminata, sono nata io.
Non conosco né il mio nome né la la mia specie, nessuno se ne è mai preoccupato, sono sempre stata trattata come se non fossi ciò che sono: una pianta neotropicale.
Sono arrivata come l’amore, portata dal vento, dove ho trovato terreno fertile mi sono stabilita e lì sono cresciuta.
Ero solo un germoglio rossastro quando lui mi vide per la prima volta, mi guardò con quella faccia da pesce lesso sorridente che ti viene su solo di fronte ai regali inattesi o alla persona che ami.
Ancora oggi, quando mi guarda, non capisco quale dei due io sia per lui.
Strane creature gli esseri umani se la loro mente può ingannarli a tal punto da fargli dimenticare che io sono solo un germoglio e non il simbolo della loro storia.
Corse subito a chiamarla, quella che solo poi scoprii essere la sua ragazza, come un più modesto Gabriele dei giorni nostri, ansioso di annunciare la notizia della mia nascita.
L’ho sentito più volte dichiararsi un materialista radicale, eppure quel giorno sembrava veramente convinto di aver assistito all’immacolata concezione.

Estate

Da allora abbiamo imparato a conoscerci, tutti e tre, a prenderci cura l’uno dell’altro e a restare uniti. Siamo cresciuti, io più di tutti e dopo qualche mese occupavo già l’intero vaso.
Così ho scoperto che intorno a me era pieno di altre piante e quello scemo con la faccia da pesce lesso ne combinava sempre di tutti i colori, non c’era di che annoiarsi. Tutto era nuovo, tutto era oro.
Ci siamo coltivati e così, in estate, ho regalato loro la mia prima fioritura, e lui mi ha guardato di nuovo con quello sguardo.

Autunno

È passato un anno ed ora capita che io venga abbandonata a me stessa, lui non mi guarda più come mi guardava una volta, credo che certi giorni si dimentichi persino che esisto.
Lei invece mi cura ancora, ma da sola non ce la fa, d’altronde tenere in piedi una relazione è un lavoro per due.
Sempre più spesso noi tutte in balcone veniamo lasciate senz’acqua, chi si ammala non viene curato e chi non è già malato finisce con l’ammalarsi per debolezza.
Sempre più di rado lei esce in balcone con un carico d’acqua e ce lo versa sconsolata, mi guarda come si guardano i malati terminali, ma è fatta così, lei è una che comunque ci prova.
Lui è da un pezzo che non si vede più.

Inverno

Sono i primi caldi estivi e il balcone è un cimitero di cui resto l’ultima testimone.
Loro due hanno smesso di parlarsi e neanche io me la passo un granché, oggi sono tre settimane che non mangio, nessuno mette più piede in balcone, solo, alle volte, quando l’altro non li vede, si affacciano e mi guardano, ma è un modo tutto nuovo.
Mi fanno sentire di troppo, come un ostinata che non vuole cedere, come un peso, un ricordo passato che non li vuole lasciare in pace, mi guardano e li vedo chiedersi: ma quanto ci metti a morire?
Una notte di fine estate come tante altre lo vidi in strada che rientrava con quei suoi occhi stanchi e l’andatura di chi va di fretta, anche se poi non ha niente da fare. Era uno dei rari momenti della giornata in cui riuscivo ancora a vederlo: la mattina, quando usciva, e la notte tarda al suo ritorno. Ormai avevano smesso anche di spiarmi di nascosto, se ero così decisa a non morire avrebbero trovato un’altra soluzione, mi avrebbero cancellato dalla loro vita, non mi avrebbero più guardato.
Ma io continuavo a ostinarmi, come facevo ormai da mesi, a fissarlo intensamente sperando che un giorno avrebbe alzato gli occhi e se fosse successo, dovevo essere lì. Avevo una lezione da insegnargli.

…e ancora primavera

E come in tutte le favole, alla fine, quel che non ti aspetti che succeda finisce col succedere e il caso volle che successe proprio quella sera. Piegò il collo all’indietro e mi guardò fisso, forse per controllare se ero ancora lì, forse era curioso di scoprire se avevo mollato, forse in fondo sperava di trovarmi qua al mio posto, forse aveva passato una giornataccia e doveva solo sgranchirsi il collo, vallo a sapere, ma fatto sta che quando alzò gli occhi, mi trovò lì, fiorita.
Non resse il colpo, ci restò secco sul posto, non avesse dimenticato come fare, sono piuttosto sicura che avrebbe pianto.
E fu ancora primavera, fu ancora pesce lesso sorridente, fu di nuovo amore.
Se lei fosse stata qui, sono sicura che sarebbe corso a chiamarla come aveva fatto la prima volta, ma lei non c’era.
Prese il telefono e scrisse: «Tornando a casa ho guardato su verso il balcone e ho visto che la pianta rossa, nonostante tutto, è riuscita a fiorire. Quella pianta è noi».

Le cose finiscono se le si lascia finire.

Tradescantia-purpurea

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Se la gente non facesse qualche volta cose stupide niente di intelligente sarebbe mai fatto – oppure – matti che leggono scritti di altri matti per poi scrivere altri scritti matti che saranno letti da altri matti

1.  «Il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.»

2.  «E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita.»

3.  «Che cosa designano le parole di questo linguaggio? – Che cosa, se non il modo del loro uso, dovrebbe rivelare ciò che designano?»

4.  «…che, per citare quello che m’è toccato sentire per anni e anni e che immagino anche tu abbia sentito mille volte, il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione. Eccetere eccetera. Te l’ha mai fatta la scena della scopa? No? E adesso cosa usa? No. Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.»

5.  «Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda, ordine? Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo segni, parole, proposizioni. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati.»

6.  «Non ci illumina, su questo punto, l’analogia tra lingua e giuoco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giuochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un giuoco e l’altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l’un l’altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo, ecc. E ora uno potrebbe dire: Per tutto il tempo costoro hanno giocato un gioco di palla attenendosi, ad ogni lancio, a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e – ‘make up the rules as we go along’? E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along.»

7.  «Quello che agli uomini appare ragionevole o irragionevole cambia. In certe epoche sembrano ragionevoli certe cose che in altre epoche sembrano irragionevoli.»

8.  «Ho un’immagine del mondo. È vera o falsa? Prima di tutto è il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire.»

9.  «Da certi eventi potrei essere messo in una situazione tale da non essere più in grado di continuare il vecchio gioco. Io sarei strappato via dalla sicurezza del gioco. Sì, non è ovvio che la sicurezza del gioco linguistico è condizionata da certi dati di fatto?»

10.  «Che cosa accade se lo sfondo grammaticale, da cui ricavavo i criteri per giudicare e agire, si appanna, manifesta una progressiva instabilità, va in frantumi?»

11.  «Nel momento in cui una certa forma di vita si incrina e conflagra, torna all’ordine del giorno, sia pure all’interno di un peculiare contesto storico, il problema di mettere in forma la vita come tale.»

12.  «Che  cosa avviene durante la transizione da una forma di vita alla successiva, nella zona grigia in cui la prima perdura a stento e la seconda somiglia ancora a un esperimento eccentrico?»

13.  «Portare in superficie il fondamento di un certo gioco linguistico, ipotizzando per un momento la sua assimilabilità al novero dei fatti empirici, è il solo modo in cui si può passare gradatamente a un gioco diverso, governato da un altro insieme di regole.»

14. La creazione (intesa come fissazione momentanea di un determinato modo dell’essere) o non creazione di una nuova forma di vita, a questo punto, non fa altro che ridursi a dipendere dalle possibili risposte a una semplice domanda.
Il soggetto che compie pubblicamente un’azione creativa chiede implicitamente che sia riconosciuta e accettata come nuova regola.
Bambino felice che si limita a domandare al suo compagno:

15.  «Allora, giochi o non giochi?»

Fonti varie:
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche
L. Wittgenstein, Della Certezza
P. Virno, Motto di spirito e azione innovativa
D.F. Wallace, La scopa del sistema
Yann Samuell, Amami se hai il coraggio

 

 

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Nuovomondo

Definire uno stimolo, di per sé ambiguo, ne fissa il significato.
Chiarire uno stato di cose, di per sé ambiguo, annulla le possibilità interpretative.
Determinare una relazione ne identifica di conseguenza i soggetti che la compongono.
Definire inchioda, tieni fermi.
Crea previsioni e pretese.
Non annuncia il futuro, ma ne traccia il percorso.

Rinuncia ad ogni forma di ancoraggio.
Accettazione di insicurezza e transitorietà sistematiche.
Distaccamento radicale dal fluire del tempo.
Abbandono di ogni forma di controllo.
Gesto che nella sua unicità è sempre l’inizio di qualcosa e mai la sua continuazione.
Cedere alla marea e scoprire che si può ancora galleggiare.

 

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