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La migliore offerta – Giuseppe Tornatore

Se non avete visto il film la lettura della “recensione” potrebbe risultare non chiarissima, ergo, vedetevelo.
Detto ciò, ricapitoliamo:
Lui è un personaggio pubblico, al centro del mondo e circondato da persone, ma non si è mai relazionato in tutta la sua vita con un altro essere umano se non in maniera superficiale e asettica.
Lei è nascosta in una stanza chiusa dall’interno, perennemente sola, talmente terrorizzata dal mondo esterno da vivere confinata in un meraviglioso mondo privato su cui nessun altro può posare lo sguardo.
Nella loro antinomia i due si assomigliano e non capendosi si capiscono.
Lui decide di guarirla, probabilmente perché vede in Lei se stesso da giovane e non vuole vederla fare i suoi stessi errori.
Con molta fatica, tra litigi e rappacificazioni, incazzature leggendarie e gesti d’affetto, portando con sé un pezzo di realtà alla volta, Lui riesce non solo ad entrare in quel mondo, ma a portare Lei fuori da se stessa.
E ovviamente guarendola finisce anche col guarirsi, per salvarla ha dovuto prima salvarsi. Se non si fosse lasciato toccare veramente, se non si fosse sporcato le mani, se non si fosse avventurato in quel terreno “pericolosissimo” quale è quello delle relazioni umane, lei non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire e tantomeno l’avrebbe fatto entrare.
Ed eccoli, dopo “aver affrontato quel salto che mette a rischio molto più delle gambe”(vedi Appunti sulla Melodia delle Cose, R.M.Rilke), che si incontrano a mezz’aria, non più monadi, ma nuova e miracolosa soggettività bi-individuale.
Sarebbe tempo del lieto fine, ma si sa, quello nei film di Tornatore non arriva mai del tutto. Saro Scordia ce l’ha detto chiaramente nel 2007 e Tornatore sembra essere pienamente d’accordo:

« Nella vita ci sono il dolce e l’amaro, io dico che bisogna prenderli tutti e due »

E solo assaggiando l’amaro si può capire che il vero nucleo del film è nell’affermazione di Virgil sull’arte ed è su questo piano che si giocherà il resto della partita

« In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico »

(Impossibile, a mio parere, non vedere in questa frase un mal celato rimando a F come Falso di O.Wells, come a volerlo tirare in ballo per ripicca, citandolo senza citarlo, come a fargli pagare il gran rifiuto che Tornatore aveva ricevuto durante le riprese di Nuovo Cinema Paradiso e che dubito sia riuscito a mandar giù).

Insomma, Lei era lei, ma non era veramente Lei, o forse era Lei e non lo era allo stesso tempo, vallo a sapere. 
E se Lei non era Lei, adesso chi è Lui? Se la sua soggettività si è modellata su quella di Lei, come fanno gli ingranaggi nel corso del tempo, e se Lei non era veramente Lei, è evidente che anche Lui non possa più essere Lui, a meno che non sia disposto ad essere un Falso Lui…e avanti all’infinito con le antinomie inesplicabili.
Virgil e l’amore che prova esistono e non esistono allo stesso tempo e se si prova a sciogliere l’enigma c’è da diventarci pazzi, letteralmente.
Una volta entrati nel paradosso del mentitore non se ne esce, è semplicemente impossibile stabilire cosa sia vero e cosa sia falso.
Ma il bello è proprio qua, la soluzione dell’enigma non sta nel risolvere il paradosso (d’altronde è impossibile), ma nel rendersi conto che nel paradosso ci siamo sempre stati fin dall’inizio.
Prendiamo Ritratto di Fanciulla di Petrus Christus citato nel film, è l’originale o un falso? Se si crede che sia un falso, sarà un falso, se si crede che sia l’originale, sarà l’originale, è tutto determinato dalla risposta ad una semplice domanda: in che cos’è che voglio credere? La falsa credenza di conoscere la verità, di poter contare su un originale non sono altro che illusioni, fin dall’inizio. D’altronde anche il quadro in questione, nel film, gode di una duplice identità opposta e contemporanea, è un falso, per l’intera comunità dei critici d’arte, ed è l’originale, per Virgil.
Certo, Virgil, grande esperto, ci dice che è l’originale, ma potrebbe essersi sbagliato, non esistono prove del nove, la verità (e la stabilità) della sua esistenza sono strettamente determinate dall’intensità delle sue convinzioni, sono quelle a fare il grosso del lavoro, sui quadri come in ogni cosa della vita. E se anche potessimo essere certi, senza ombra di dubbio, che sia proprio l’originale, che succederebbe se nessun altro oltre a Virgil dovesse crederci?
Ed eccoci finalmente al finale, Virgil capisce che il gioco era truccato in partenza e fa l’unica cosa possibile per far collassare su se stesso il labirinto dove si era cacciato, torna a credere in qualcosa. Sceglie, decide, costruisce la verità del suo mondo. Vero, falso? Non è dato sapere (e non ha importanza). Tornatore non ci da nessuna garanzia, se non il fatto che Lui ci creda.

« Il signore è solo? »
« No, aspetto una persona »

Allargamento dell’inquadratura, dissolvenza. Fine.

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Incomunicabile/tre

Cerco di tappare con l’inchiostro il punto di fuga tra teoresi e prassi, ma c’è poco da fare, il rubinetto continua a perdere.
Equipe di psichiatri dove basterebbe un idraulico.
Non costruzione mediata di gesti adeguati, ma fuoco vivo che ha già tutto in sé e non ha niente da imparare.
Non pensiero simbolico che necessita di spiegare, ma macchina desiderante produttrice di vitalità.
È solo questione di desiderio e non si può insegnare.

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Se la gente non facesse qualche volta cose stupide niente di intelligente sarebbe mai fatto – oppure – matti che leggono scritti di altri matti per poi scrivere altri scritti matti che saranno letti da altri matti

1.  «Il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita.»

2.  «E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita.»

3.  «Che cosa designano le parole di questo linguaggio? – Che cosa, se non il modo del loro uso, dovrebbe rivelare ciò che designano?»

4.  «…che, per citare quello che m’è toccato sentire per anni e anni e che immagino anche tu abbia sentito mille volte, il significato di una cosa non è più o meno altro che la sua funzione. Eccetere eccetera. Te l’ha mai fatta la scena della scopa? No? E adesso cosa usa? No. Con me usò la scopa, però ti parlo di quando avevo tipo otto anni, o dodici, chi se lo ricorda, e Lenore mi fece sedere in cucina e prese una scopa e si mise a scopare furiosamente il pavimento, e poi mi chiese quale fosse secondo me la parte più fondamentale della scopa, la più cruciale, se il manico o la chioma. Il manico o la chioma. E io non sapevo cosa rispondere, e lei si mise a scopare ancor più violentemente, e io cominciai a innervosirmi, e finalmente dissi che secondo me era la chioma, perché senza manico si può scopare lo stesso, basta tenere in mano l’affare con la chioma, mentre scopare solo col manico è impossibile, e a quel punto lei mi agguantò e mi scaraventò giù dalla sedia e mi gridò qualcosa cosa tipo: «Già, perché a te la scopa serve per scopare, no? Ecco a cosa ti serve la scopa, eh?» e roba del genere. E gridò che se invece la scopa ci serviva per spaccare una finestra allora la parte fondamentale era chiaramente il manico, e passò a dimostrarlo spaccando la finestra della cucina, cosa che fece accorrere i domestici, terrorizzati; ma che se appunto la scopa ci serviva per scopare, tipo per esempio i vetri rotti della finestra, e dai che scopava, allora l’essenza della cosa era la chioma.»

5.  «Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda, ordine? Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo segni, parole, proposizioni. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati.»

6.  «Non ci illumina, su questo punto, l’analogia tra lingua e giuoco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giuochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un giuoco e l’altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l’un l’altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo, ecc. E ora uno potrebbe dire: Per tutto il tempo costoro hanno giocato un gioco di palla attenendosi, ad ogni lancio, a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e – ‘make up the rules as we go along’? E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along.»

7.  «Quello che agli uomini appare ragionevole o irragionevole cambia. In certe epoche sembrano ragionevoli certe cose che in altre epoche sembrano irragionevoli.»

8.  «Ho un’immagine del mondo. È vera o falsa? Prima di tutto è il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire.»

9.  «Da certi eventi potrei essere messo in una situazione tale da non essere più in grado di continuare il vecchio gioco. Io sarei strappato via dalla sicurezza del gioco. Sì, non è ovvio che la sicurezza del gioco linguistico è condizionata da certi dati di fatto?»

10.  «Che cosa accade se lo sfondo grammaticale, da cui ricavavo i criteri per giudicare e agire, si appanna, manifesta una progressiva instabilità, va in frantumi?»

11.  «Nel momento in cui una certa forma di vita si incrina e conflagra, torna all’ordine del giorno, sia pure all’interno di un peculiare contesto storico, il problema di mettere in forma la vita come tale.»

12.  «Che  cosa avviene durante la transizione da una forma di vita alla successiva, nella zona grigia in cui la prima perdura a stento e la seconda somiglia ancora a un esperimento eccentrico?»

13.  «Portare in superficie il fondamento di un certo gioco linguistico, ipotizzando per un momento la sua assimilabilità al novero dei fatti empirici, è il solo modo in cui si può passare gradatamente a un gioco diverso, governato da un altro insieme di regole.»

14. La creazione (intesa come fissazione momentanea di un determinato modo dell’essere) o non creazione di una nuova forma di vita, a questo punto, non fa altro che ridursi a dipendere dalle possibili risposte a una semplice domanda.
Il soggetto che compie pubblicamente un’azione creativa chiede implicitamente che sia riconosciuta e accettata come nuova regola.
Bambino felice che si limita a domandare al suo compagno:

15.  «Allora, giochi o non giochi?»

Fonti varie:
L. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche
L. Wittgenstein, Della Certezza
P. Virno, Motto di spirito e azione innovativa
D.F. Wallace, La scopa del sistema
Yann Samuell, Amami se hai il coraggio

 

 

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Nuovomondo

Definire uno stimolo, di per sé ambiguo, ne fissa il significato.
Chiarire uno stato di cose, di per sé ambiguo, annulla le possibilità interpretative.
Determinare una relazione ne identifica di conseguenza i soggetti che la compongono.
Definire inchioda, tieni fermi.
Crea previsioni e pretese.
Non annuncia il futuro, ma ne traccia il percorso.

Rinuncia ad ogni forma di ancoraggio.
Accettazione di insicurezza e transitorietà sistematiche.
Distaccamento radicale dal fluire del tempo.
Abbandono di ogni forma di controllo.
Gesto che nella sua unicità è sempre l’inizio di qualcosa e mai la sua continuazione.
Cedere alla marea e scoprire che si può ancora galleggiare.

 

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Liberi, ma liberi da chi?

La distruzione delle parti più profonde dell’identità è una vera e propria azione di tortura, tortura perpetrata, colpo dopo colpo, fino alle sue ultime conseguenze.
Tutto sta nello spingere inesorabilmente l’individuo sull’orlo della scelta fondamentale, ma questo è tutto, si può solo mostrare la soglia, sta al soggetto decidere se varcarla.
L’ultimo passo, quello decisivo, è una di quelle decisioni o tutto o nulla, dalla quale non si torna indietro.
Il totale annichilimento dell’identità coincide con la rinuncia ad ogni possibilità di arbitrio.

Il costo in termini cognitivi è elevatissimo, comporta una totale necessità di ricategorizzazione di ogni esperienza personale.
In termini evolutivi è un’azione completamente contro istintiva, organismo che distrugge se stesso per rinascere sotto nuova forma.
Senza la libera scelta della morte non c’è alcuna libertà possibile.
L’annientamento dell’identità passa per il compimento di un omicidio, come un rito di altri tempi, l’uomo sacrifica l’uomo per il raggiungimento di un fine più alto.
L’incredibile sorpresa è che si sopravvive alla distruzione dell’io, dopo l’io, dopo l’identità, c’è ancora esistenza.
Il corpo, come nei più radicali dei materialismi, riafferma con forza di essere ancora una forma di vita.
Materia pensante comprensiva di ogni determinazione e del suo contrario.

Entità organizzata che percepisce e agisce secondo altre leggi, sotto nuove forme, irrimediabilmente incommensurabile alla vita umana come prima la conoscevamo.

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Cognitivismo affettivo

Temi ciò che sono, ma non le mie intenzioni.
Come una spada danzante che non vuol ferire.

Amigdala in costante stato di allerta.
Iper-attivazione percettiva volta alla rilevazione di ogni stimolo in entrata.
Ripetuto tentativo di mappatura dello spazio.

Incolpevole inconsistenza dei dati raccolti.
Nicchia ecologica infernale strutturata per la deprivazione sensoriale.
Invivibile vuoto assoluto, o fuga, o morte.

Omeostasi irrangiungibile a causa di continua dispersione energetica.
L’azione, in fisica, è definita come una trasformazione che agisce sullo spazio delle configurazioni e restituisce numeri reali.
Restituisce è la parola fondamentale.

Terreno fertile è dove fioriscono i fiori.

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La punizione per il possessore di una penna infinita che scrive anche a testa in giù è un inferno fatto di silenzio

Venditore di storie che confeziona contratti prematrimoniali.
Come negazione costretta a parlare apertamente di ciò che vuole respingere.
D’altronde i cinque continenti hanno tutti un nome di donna.
Scrittore che dà in pegno le sue parole.
Insufficienza combattuta da dichiarazioni di intenti.
È dall’impedimento che nasce l’ingegno.
È di fronte l’impossibilità che si attiva la volontà.
E il non riuscire non è una sconfitta, ma un incentivo.
Ancora incomunicabile. E allora?
Creazione di io adeguati a soddisfare ogni bisogno.
La tendenza al movimento nasce dalla scoperta di spazi vuoti.
Spingimi dove l’ardore per l’infinito spinse Ulisse.
Vita,
musa.
Io allora sarò tutto.

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Esatto. Intendo svilupparmi all’infinito e raggiungere dimensioni incommensurabili

L’imposizione di una struttura ne determina inevitabilmente il contenuto.
Disperata ricerca di una cassa di risonanza.
Non si può pensare decentemente senza farsi del male.
Variazione di tono che cattura l’attenzione.
Sovrastimolazione del lobo temporale, parietale e frontale.
Diffusione per conduzione.
Sensazione di estasi.
Dissociazione progressiva.
Piovono sassi, e allora?
Blocchi di suono in movimento scagliati come bombe molotov.
Ludwig Wittgenstein era professore ordinario all’università di Cambridge, morì senza lasciare eredi e forse è per questo che ebbe una vita meravigliosa.
2014: Solo un computer può smascherare uno scrittore.
Onde d’urto che abbattono pareti alzate a colpi di identità e paura.
Cambiando l’ordine degli elementi il risultato cambia radicalmente.
Materia che si ribella alle funzioni trascendentali a priori.
Emisfero destro che determina i limiti del mio mondo.
La fantasia è un posto dove ci piove dentro.
Riorganizzazione sinaptica al limite del mutazionismo.
Ossessione psicotica volta a complicare laddove il pensiero dominante ricerca appiattimento.
Tentativo costante di mettere in moto ciò che è nato pigro.
Finché c’è pericolo, c’è vita.

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Identità

Sono un multidividuo che agisce non nell’ambito dell’essere, ma in quello del possibile.
Privo di identità non sono altro che la migliore risposta evolutiva ad ogni ambiente circostante.
È la mia capacità di dividermi e di poter essere altro a fondare la mia essenza.
Ciò che mi caratterizza è il fatto di non poter essere caratterizzato.

Ed è proprio tutto ciò a darmi una personalità e un’esistenza tutta mia speciale.
L’unico io che riconosco è l’io di chi non si riconosce.
Ed ecco che torno a essere un individuo, ma in una ricategorizzazione del concetto del tutto nuova.
Non individuo come essere indivisibile e immodificabile, ma individuo come suo contrario.
Io sono colui che si individua moltiplicandosi.

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Che cos’è un uomo?

Ho sempre visto gli scontri di piazza come un’azione politica fortemente simbolica. Controproducente dal punto di vista dei risultati immediati e totalmente inutile se se ne dà una lettura in termini di mero fatto fisico. Una camionetta bruciata non è nient’altro che materia lavorata e strutturata che torna al suo stato originale, c’è poco da discutere, non è nella trasformazione chimica che si può trovare il significato politico di bruciare un oggetto.
Eppure sento che quella camionetta in fiamme agisce su di me ben al di là di quel disgustoso odore di plastica bruciata. In questi termini potrebbe parlarne anche una bestia e, checché ne dicano i miei amici, io una bestia non sono. Una bestia di fronte a quella camionetta sarebbe scappata spaventata, invece io mi ritrovo qui a fissarla incantato.
Uno zigomo che sanguina, degli occhi che piangono,  una spalla dolorante, delle mani strette a pugno, questa benedetta camionetta bruciata, sono tutte cose che vanno ben al di là della pura corrispondenza con la materia che le compone. La realtà umana è tale proprio perché fondata sulla necessità di trascendere l’esistente come mero fatto fisico e accrescerlo dotandolo di un surplus di significato che va ad agire direttamente sulla categorizzazione dell’empirico, ricollocandolo, a questo punto, come realtà totalmente nuova e distinta dalla propria fisicità.
Ecco da dove viene questa mia fascinazione verso gli scontri di piazza.
Azione sovversiva come ampliamento del possibile e rivendicazione della caducità e arbitrarietà dell’esistente. Azione che agisce sull’immaginario e apre la strada alla creazione di altri mondi, spinta all’innovazione e all’evoluzione, accrescimento degli orizzonti del nostro mondo, creazione di nuova realtà inesplorata, eventi che improvvisamente si distaccano dai binari che fino a ieri sembravano immutabili.
È il sovversivo che rappresenta la vera essenza dell’essere umano, gli altri, quelli che si limitano a riprodurre l’esistente, sono più simile alle bestie e alle macchine.

In questa epicizzazione dell’azione sovversiva, come spesso poi accade, c’è il pericolo di dimenticare l’individuo.
È solo grazie all’azione di un uomo, collocato nel tempo e nello spazio, “in situazione”, come diceva Sartre, che io qui ed ora, posso riscoprirmi come essere umano e riconoscere, nell’operato di un mio simile, la mia essenza.
Ed è proprio per uno di questi individui che ho iniziato a scrivere stasera.
Cosa posso fare io per quell’individuo?
Cosa posso fare per non dimenticarlo? Per non lasciare che venga schiacciato all’interno di ogni processo storico, di ogni evento, ogni ragionamento e ogni discorso?
Cosa posso fare per un uomo quando viene privato della libertà proprio perché è stato più uomo degli altri?
Posso rimodulare la realtà a suo vantaggio, posso raccontare l’importanza delle sue azioni ed esplicitarne il significato simbolico che gli è proprio.
Posso sganciarlo dalla sua realtà fisica, penosamente intrappolata tra le mura di un carcere, e trasportare lui e le sue gesta nel mondo dell’immaginario dove potrà muoversi liberamente, insinuarsi e riprodursi in ogni mente umana.
Posso fare di lui un’idea, immune ad ogni cella, ad ogni chiusura, poiché priva di corpo.
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Solo un uomo

Ciò che non si comprende genera terrore.
Un mostro è un essere vivente che si discosta dalle caratteristiche ordinarie della specie.
Dignità di soggetto umano negata come ad animale braccato da sguardi.
Identità ridotta a problema di ordine pubblico.
Io che si afferma fuori del vero e del falso, fuori di ciò che è riuscito e di ciò che è fallito.
Esistenza senza alcuna finalità.
Vita immolata secondo il caso.
Forma di vita oltre la morale, baluardo del qui ed ora.

Desiderio di essere riconosciuti.
Guardami, accettami, comprendimi, amami.
Tutto non riducibile alla somma delle sue parti.
Irriducibile e irripetibile unicità.
Contenitore di moltitudini e contraddizioni.
Unità capace di molte forme e infinite declinazioni.
Io sono un essere umano.
Pungimi e vedrai sangue.

Mi si dice: questa specie d’amore non darà frutti. Ma come poter valutare ciò che fruttifica? Perché ciò che fruttifica è un Bene? Perché durare è meglio che bruciare?

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Teorizzazione del post-umano

Affezione periodica.
Latente, mai scevro.
Gioco di resistenze volto alla stipulazione di un piano quinquennale.
Presa di potere dell’io sull’io.
Presenza che si fa martire di se stessa.
Impossibile contemporaneità del molteplice.
Incapacità di dire noi.
Affermo poiché altri nega.
Io soffro.
Io no.
Vasi non comunicanti nascondono la polvere sotto il tappeto.
Io so, qualcun altro crede, tal altro ignora.
Io.
Me.
Me stesso.
Mai sullo stesso rigo.
Sedimentazione di un possibile.
È quando affermai me stesso che assaggiai la prima volta il sapore del mio sangue.
Giogo imposto da un milione di braccia.
Ma dove c’è potere, c’è resistenza.
L’unica forma di identità è rispondere al nuovo col nuovo.
L’io riconoscendosi come Noi si accetta come negazione di se stesso.
E di nuovo potenza dedita alla soppressione dell’atto.
Vendetta, rovesciamento del destino.
Nascita di un serial killer.

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Rivendicazioni

Rivendico, prima di tutti, il mio diritto alla pigrizia.
Poi, il mio diritto di essere antipatico, scontroso, aggressivo e poco paziente.
Rivendico il mio diritto a non dover sorridere ogni qual volta il costume o la società me lo richiedono; mentre sto scrivendo sogno di sventrarvi a mani nude, coglioni.
Rivendico il mio diritto di non avere sempre la battuta pronta e di essere poco interessante, che divertimento c’è a sbalordire una scimmia accendendo un accendino?
Rivendico il mio diritto di tacere.
Il mio diritto di non rispondere alle domande anche sapendo la risposta.
Il mio diritto di non avere idee.
Rivendico il mio diritto a non voler avere delle idee.
Il sacrosanto diritto di essere cattivo, ma cattivo cattivo, come quelli dei film.
Rivendico la pienezza ontologica di pazzi, psicopatici, assassini e reietti di ogni sorta, soli ad essere in piena identità con l’essere umano.
Rivendico il mio diritto di essere una persona qualunque, normale, senza che nessuno venga a pretendere di insegnarmi come potrei essere diversamente.
Rivendico il mio diritto ad essere stupido, come e quando voglio.
Rivendico il diritto all’ignoranza e alla negazione delle verità fondamentali.
Rivendico il mio diritto a non dover per forza (di)mostrare chi sono.
Rivendico il diritto alla contraddizione, amo oggi ciò che odierò domani.
Non ci crederete, ma rivendico anche il diritto di essere infinitamente buono, ma questo non giustifica nessuno a pensare che lo sarò ogni volta; ed è per questo che rivendico soprattutto il mio diritto a ribaltare le previsione e disattendere le aspettative.
Rivendico la dignità del solipsismo e della misantropia.
Per non dimenticare la sete di sangue e la brama di potere, conatus ripudiati e bistrattati.
Il diritto di ridere delle disgrazie, personali e altrui.
Rivendico il diritto di pubblicare qualcosa senza aver strutturato un finale o fatto le dovute correzioni, lasciando che l’ultima cosa che leggerete sia un finale metariflessivo che non fa altro che avvolgersi su stesso con l’unico scopo di mettere la parola fine a un “inizio di qualcosa” che mi ha già stufato prima ancora di arrivare a conclusione.
Rivendico il diritto di chiudere scrivendo come ultima parola la parola parola. Che tra l’altro mi sembra anche una parola ridicola, parola.

 

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La rivoluzione non è un lavoro a progetto

L’entità dello Spirito Assoluto consiste nel trapassare da una condizione d’esistenza naturalistica e passivamente subalterna a quella di una soggettività, che liberandosi da ogni coazione, sia da quella della natura che di ogni istituzione autoritaria umana, approfondisce sempre di più il potere e l’autonomia di se stessa come ragione universale. E che nel riconoscersi sempre più come libera autocoscienza trae solo da se stessa, in quanto soggetto razionale e universale, i criteri e i principi del proprio agire. Senza dimenticare che questo identificarsi dell’universale con l’autocoscienza può darsi solo attraverso lo spirito finito. Nel senso che è solo la persona umana che, superando il contenuto naturale e sensibile della sua vita e riempendola altresì di un contenuto e un interesse sempre meno individualistico, fa dello spirito universale, col farsi essa stessa universale, qualcosa che vive nella concretezza. Così la storia dello Spirito è la storia delle autocoscienze umane – cioè di quegli, tra gli uomini, che hanno conquistato la prospettiva dell’universale – e della loro inesauribile lotta, con tutte le istituzioni umane, culturali, politche e sociale, che costringono e impediscono l’universalizzarsi della liberà: fino a confliggere con la massa degli uomini che, chiusi nella loro esistenza egoistico-naturalistica e consegnati ai valori passivi della tradizione, resistono a ogni opera d’illuminazione. La filosofia, l’autocoscienza libera, deve essere volta cioè a esplicare l’incoerenza che si dà tra un’epoca e le forme, ormai inadeguate, perché più tradizionali – ma proprio per questo più diffuse – del modo in cui i più se la rappresentano e ne hanno coscienza. Di qui il carattere essenzialmente critico della filosofia. La sua natura consiste infatti nel superamento di tutto ciò che ha preceduto il momento presente e attuale dello spirito e nella disposizione a superare a sua volta il presente nel futuro.

Un parricidio mancato, Roberto Finelli

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Gioco di società

Amo gli album degli Offlaga Disco Pax perché non puoi limitarti ad ascoltarli.
L’ascolto deve, e non ci son cazzi, essere accompagnato da un costante lavoro di ricerca, lettura e riflessione.
Che cosa mi sta raccontanto ora Max Collini? A quale episodio della nostra storia si sta riferendo? Chi è Johan van der Velde?
Muro di suono che è spinta energetica al movimento.
Voce che è guida verso la comprensione.
Arte che non è immediatezza del gesto, ma processo attivo di crescita e arricchimento.
Procedo ergo sum.

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